L’ISPETTORE COLIANDRO (bestiale!)

7 Novembre 2021

Recensione di Valeria D’Annibale

“Quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, l’uomo con la pistola è un uomo morto”

L’ISPETTORE COLIANDRO
L’ISPETTORE COLIANDRO

Cosa dire dell’Ispettore Coliandro? Iniziare a parlare di un personaggio così (Così come? Direbbe lui, fissandomi con un’espressione abbastanza scocciata) non è semplice. Partiamo quindi dalle presentazioni.

Il mito di Coliandro nasce tra il 1991 e il 1994, quando Carlo Lucarelli scrive tre piccoli capolavori. Nikita è il primo, un racconto breve racchiuso nell’antologia I delitti del gruppo 13, una raccolta di gialli di autori emiliano-romagnoli, che si denominarono Gruppo 13. In questo racconto, Coliandro ancora non è ispettore, ma è il sovrintendente Coliandro. Lavora all’ufficio passaporti, ma aspira a tornare in serie A, alla mobile e, involontariamente, si trova nel bel mezzo della scena del crimine in cui è morto un ragazzo punk. Qui incontra la giovane Simona, che tutti chiamano Nikita, sveglia e affascinante, un personaggio forte, con cui Coliandro comincia a condurre un’indagine tutta sua e, alla fine, tra sparatorie e inseguimenti rocamboleschi, finisce con il risolvere il caso o, per meglio dire, riesce istintivamente ad arrivare alla fine delle indagini, senza sapere bene né come né perché. Nelle ultime pagine, Coliandro rimane solo, con Nikita che si allontana. In nemmeno cinquanta pagine di racconto Coliandro è già ben delineato, esattamente come lo conosciamo.

Copertina de L'ispettore Coliandro
Copertina de L’ispettore Coliandro

Inizia poi Falange Armata, una vera opera d’arte di scrittura, di storia e di psicologia criminale, perché Lucarelli è riuscito a predire il reale esito di quanto accaduto con la banda della Uno bianca. Coliandro ha un intero libro per dimostrare a tutti le sue capacità, per seguire quel fiuto che lo fa sempre arrivare alla fine di un’indagine (l’omino di cui parla De Zan, per chi ha visto la serie televisiva), a qualsiasi costo e con qualsiasi mezzo. Incontra nuovamente Nikita e la mette in mezzo a un giro di uccisioni che sembrano tutte ruotare attorno alle dichiarazioni di uno skinhead alle prime armi, detto Marchino. Coloro che hanno ascoltato le sue parole sono stati tutti fatti fuori. Tutti tranne uno. Coliandro. E lui aggiungerebbe ‘bestiale’. Si finisce di leggere il libro con il fiato corto, perché il racconto in prima persona fa pensare il lettore come Coliandro, fa sentire ciò che sente Coliandro e quello che si sente alla fine della corsa è uno sparo in petto, che  sfiora i polmoni e toglie le forze. Ci si risveglia in ospedale dove Nikita viene a salutare e Coliandro, che si è innamorato, rimane, ancora una volta, irrimediabilmente solo.

Il terzo racconto, Il giorno del Lupo, lo si inizia con una certa angoscia, perché è l’ultimo. Ed è difficile salutare Coliandro. Quindi la lettura è più lenta, diluita nel tempo, per rendere meno doloroso l’addio. Sulle orme dei due racconti precedenti, ma con un carattere più incisivo, la scrittura del terzo capitolo è scenica, quasi tridimensionale, sembra di guardare un film e non di leggere. Quello che rimane impresso, dopo aver chiuso la copertina, sono immagini, colori, profumi, voci e sguardi. Non parole scritte. Caratteri e non personaggi. Strade e non paesaggi confusi. Tutto è ben definito e chiaro. Questa storia è anche il punto di raccordo tra libri ed episodi televisivi. Il primo episodio della prima serie è proprio Il giorno del Lupo e ritroviamo, infatti, i volti cari al pubblico di Coliandro, come Gargiulo, la Longhi e De Zan. Leggiamo, quindi, sapendo come andrà a finire, sapendo dove si può spingere la corruzione e la vigliaccheria. Ritroviamo Nikita e incontriamo come personaggio nel libro, un giovane Carlo Lucarelli che scrive per il Settimanale del Comprensorio Imolese e ritroviamo l’autore anche nascosto in una comparsa rapida nel film, come ad accompagnare il suo Coliandro, con delicatezza, verso la strada del piccolo/grande schermo.

Giampolo Morelli è l'Ispettore Coliandro
Giampolo Morelli è l’Ispettore Coliandro

I film di Coliandro, infatti, non sono semplici film per la tv, sono capolavori del cinema, o meglio del cinema che fa il verso al cinema, con rispetto, ammirazione e un pizzico di irriverenza. Negli episodi televisivi il genio di Lucarelli si combina alla regia visionaria e unica dei Manetti Bros., a cui nell’ultima serie si è affiancata anche Milena Cocozza che, con Il tesoro nascosto, ci ha regalato una delle puntate più belle di sempre. Gli episodi di Coliandro sono un alternarsi di chiaroscuri, così come i libri sono un continuo passaggio di contrasti, luce/ombra, giusto/sbagliato, bello/brutto, buono/cattivo, onesto/corrotto. Lo stesso Coliandro è un contrasto fatto persona, sempre in bilico tra competenza e incompetenza, tra pregiudizio e pensiero, tra serietà e compromesso. E non potrebbe essere diversamente. Coliandro è la maschera dell’ambiguità umana che ci portiamo dentro. Tutti i personaggi di Lucarelli sono maschere, più che personaggi. Non cambiano mai, proprio come accadeva alle maschere della Commedia dell’Arte. C’è un canovaccio, una traccia, che è sempre la stessa in cui cambiano appena le parole e il contesto. E ogni maschera mette a nudo i difetti insiti nell’animo umano. Coliandro è insieme il pregiudizio e colui che lo supera, per poi ricaderci dentro con tutte le scarpe, per poi uscirne di nuovo e così via, in un ciclo eterno, in una lotta continua verso la crescita. D’altronde, la cosiddetta evoluzione non è altro che un andare avanti di un passo per poi tornare indietro di centinaia di chilometri.

Carlo Lucarelli autore dei romanzi dell'ispettore Coliandro
Carlo Lucarelli autore dei romanzi dell’ispettore Coliandro

Si potrebbe, in certi momenti, pensare che Coliandro sia portatore di un pensiero maschile e maschilista, ma non è così. Il suo pensiero è solo frutto della realtà che vive, ma sono i fatti a smentirlo il più delle volte e la controparte femminile che anima ogni episodio è anch’essa figlia del suo tempo, vittima dei cliché o superba amazzone, forte o fragile, audace o timida, orgogliosa o umile. Coliandro è sempre lui, mentre la protagonista femminile (nei film) non è mai la stessa. Eppure, entrambe le maschere, Coliandro e bambina, sono presenze costanti e immutabili. Sarebbe qualcosa di innaturale far incontrare Coliandro con la donna della vita. Non ci sarebbe più Coliandro, che, ideato agli albori degli anni ’90, ha anticipato la solitudine di questi tempi, in cui la vita reale non esiste più se non in qualche stato pubblicato su un anonimo e piatto social network. Coliandro sconfigge la solitudine e la desolazione rifugiandosi in un mondo che non c’è, fatto di eroi alla Clint Eastwood, Rambo e Terminator.

E in Coliandro tutti i pregiudizi sono smascherati, tutti vengono messi a nudo in una rappresentazione quasi grottesca, che ci presenta poliziotti talpa, magistrati corrotti, indiani (pachistani, per essere precisi) onesti e bolognesi mafiosi, collezionisti d’arte matti, serial killer innocenti e chi più ne ha più ne metta in un grande quadro cubista, dove non si capisce più cosa guardare per trovare il giusto punto di vista.

In fin dei conti, Coliandro rappresenta tutti noi, che affrontiamo le inutili sconfitte quotidiane ed è qui tutta la sua grandezza ed epicità. Dà voce a chi è caduto, ma vuole rialzarsi, che magari sbaglia imperterrito, ma poi trova la forza di rimettersi in piedi e ricominciare, andando avanti anche con una salvifica leggerezza.

Il mio parere, probabilmente, è di parte, ma credo che esistano due categorie di persone: c’è chi ama Coliandro e chi lo odia. Noi che lo amiamo ne abbiamo fatto il nostro eroe e, in certi momenti, ci capita di pensare come lui e di sbagliare come lui, perché sappiamo che non sempre un uomo con il fucile è più forte di un uomo con la pistola. Chi appartiene alla seconda categoria, invece, lo odia perché non ce la fa, non riesce ad accettare la fragilità del nostro essere uomini, non sopporta la sconfitta e fa finta di non accorgersene. Coliandro è anche questo. Coliandro è l’antieroe di un’umanità perduta e rappresenta anche voi. L’unica differenza, forse (perché il confine è davvero molto labile), sta nel fatto che noi, appartenenti alla prima categoria, avremo sempre quella sana strafottenza che ci consentirà, nei momenti più bui, di alzare la testa e tirarci in piedi, di fronteggiare una situazione avversa o un nemico, di guardarlo dritto negli occhi, pronti a dire a labbra strette, con lo sguardo severo, alla Clint Eastwood: ‘Coraggio, fatti ammazzare!’. Bestiale.

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