Recensione di AMERICAN GODS

Non erano gli unici visitatori. Chi avesse percorso i sentieri quel giorno avrebbe forse notato persone che sembravano divi del cinema, altre che sembravano alieni, e altre ancora che sembravano soprattutto un’idea di persone, niente affatto persone reali. Li avrebbe potuti vedere, certo, ma più probabilmente non li avrebbe notati per niente.

Copertina della prima edizione inglese.

Neil Gaiman scrive pagine di epica dei nostri giorni.

Dopo essermi già persa tra gli intrighi e i misteri di Sandman e dopo aver viaggiato al fianco di Crowley e Aziraphale in Good Omens (un capolavoro!), qualche tempo fa mi sono trovata davanti American Gods, in modo del tutto inaspettato. Era nello scaffale della libreria, con una copertina attraente, posizionato accanto a Sulla strada di Kerouac, un altro libro che avrei voluto leggere da sempre. Scelta difficile. In entrambi c’è una strada e l’America a fare da sfondo, due libri affini. La sorte ha voluto che prendessi American Gods ed è stato un viaggio travolgente e sofferto, che mi ha fatto crescere e mi ha insegnato a vedere dietro le quinte, oltre il velo che avvolge l’apparenza delle cose.

Descrivere la trama di American Gods in modo completo credo sia un’impresa ardua e di difficile riuscita; mi limito, quindi, a raccontare in poche parole la traccia lungo cui tutte le vicende del libro si intrecciano.

Shadow è il protagonista della storia, un uomo qualunque, con la passione dei giochi di prestigio. È appena uscito di galera, ma la genuinità dei suoi gesti e la profondità dei suoi pensieri non lo fanno certamente sembrare un criminale, quanto piuttosto una vittima pronta per essere sacrificata. La sacralità della storia, quindi, in modo velato, inizia a farsi sentire da subito, quando ancora non ci sono né dei né fantasmi, solo il presentimento della tempesta che sta per scoppiare.

Uscito di galera, Shadow scopre che la moglie Laura è morta e che nulla della vita precedente è rimasto, se non un ricordo sbiadito e amaro, pieno di rimpianto. Shadow incarna la frammentazione dell’uomo moderno, fatto a pezzi da se stesso e, da subito, il protagonista non è l’eroe forte, ma l’anello debole di una catena di eventi, che, però, senza di lui non potrebbe reggere. Si lascia vivere da ciò che gli capita attorno e recita la sua vita come potrebbe fare un attore di un film, con sentimento, ma senza un effettivo coinvolgimento, da estraneo. Non sembra provare interesse per nulla, se non per i trucchi di magia, alla cui illusione affida tutte le sue speranze.

È in questa atmosfera ovattata, in cui sembra di essere intrappolati in un limbo, che compare Wednesday, personaggio invadente e misterioso che, lentamente, nella storia inizia a definirsi. Il lettore affronta (e accetta) la presenza di Wednesday allo stesso modo di Shadow, con riluttanza e fascinazione. Ci si chiede chi sia e cosa voglia e, inconsciamente, si diventa consapevoli di chi si ha davanti, esattamente come accade a Shadow. Neil Gaiman, che è un profondo conoscitore dei miti, in realtà, sparge indizi con abilità e sapienza magistrale sin dall’inizio, ma un occhio poco allenato ha bisogno di tempo per rendersene conto. Wednesday non è altro che Odino, il padre di tutti gli dei, o meglio, l’immagine che in America è rimasta di colui che era il padre degli dei, negli antichi popoli nordici, da cui il suo culto è nato.

Odino, il padre degli dei.

Wednesday assume Shadow, persuadendolo a lavorare per lui e il viaggio lungo le strade d’America comincia. Una grande carrellata di personaggi fa la sua non irrilevante comparsa: il lepricauno irlandese Mad Sweeney, lo slavo Chernobog, insieme alle tre Zarja (Utrennjaja, figlia del mattino; Vechernjaja, figlia della sera; e la delicata Polunochnaja, figlia della notte), gli dei egizi Ibis, Anubi (piccoli imprenditori in un’agenzia funebre a conduzione familiare a Cairo, città dell’Illinois) e la felina Bast, la divinità della primavera Easter, la dea Kalì, la leggenda Wiskey-Jack (Wisakedjak nella mitologia dei nativi americani) e tanti altri. Una miriade di tessere in un puzzle variopinto, tutte in disordine.

Statua della dea egizia Bast.
Erika Kaar in Polunochnaja Zarja nella serie American Gods.
Raffigurazione di Wisakedjak e la luna.

Wednesday vuole reclutare i vecchi dei, risvegliare in loro un sentimento di rivalsa e potere, per annientare le nuove divinità emergenti e tornare ad affermare il loro controllo sulla vita degli uomini. C’è chi è d’accordo e chi no. Anche il lettore, col passare delle pagine, finisce per schierarsi al fianco di Wednesday, che appare come un leader forte, il capo, la guida senza cui tutto è perso, ma percepisce l’inutilità dell’impresa. Come si possono uccidere i nuovi dei? In ogni caso, un secondo dopo la battaglia finale, pur ammettendo una loro sconfitta, saranno nuovamente evocati dai desideri degli uomini e tutto ripartirà da capo. Le divinità antiche, invece, saranno inevitabilmente destinate ad essere dimenticate. Prima o poi.

Lo svolgersi delle trattative nella storia non è altro che una lunga partita a scacchi, in cui le pedine sono mosse senza regole da un architetto spietato e senza scrupoli. E nonostante la sensazione di venire raggirati, la partita è troppo importante per non essere giocata.

Shadow capisce a poco a poco che c’è una guerra in atto, tra il vecchio e il nuovo. I vecchi dei stanno svanendo, sono poco più che ombre, ridotti a grottesche macchiette, che fanno sorridere e che, il più delle volte, non incutono timore. Nessuno consuma più sacrifici per loro e questo li rende deboli, fragili, sbiaditi. Dall’altro lato, invece, si affacciano le divinità nuove, alle quali la gente dedica offerte e consacra tutto il suo tempo, alle quali vengono affidate aspettative e sogni. Questo le rende spavalde e forti, ma allo stesso tempo effimere, perché basta un nulla, un frammento di secondo, per dimenticarle. I nuovi dei nascono e muoiono nel giro di qualche anno, scavalcati da dei ancora più nuovi e arroganti, ma superflui come gli slogan di un cartellone pubblicitario, che ci infastidisce, volgare nella sua sfarzosità, ma che subdolamente plasma i nostri desideri più profondi.

Il viaggio di Shadow e Wednesday è un viaggio di reclutamento di vecchi dei per combattere i nuovi (guidati da un oscuro signor World e tra le fila del cui esercito spiccano gli dei della Tv, della tecnologia, delle macchine… e oggi aggiungeremmo anche quelli dei social network, destinati a soccombere presto in una lotta fratricida) e l’America è il palcoscenico ideale su cui combattere.

Divinità, simboli, spiriti e riti continuano ad essere, anche oggi, quello che sono sempre stati, evocazioni di sogni e paure. E il sogno americano altro non è che la proiezione di speranze e desideri di chi è partito abbandonando tutto, portandosi dietro soltanto il preziosissimo bene immateriale del ricordo e della tradizione, destinato prima o poi a smarrirsi nelle pieghe del tempo.

Tra le schiere di dei, a combattere nel campo di battaglia, ci siamo anche noi, miseri umani, pronti a dimenticare, ad annientare quella parte nascosta, irrequieta e oscura della nostra anima, che gli antichi miti tenevano a bada con superstizioni e nenie, e che oggi, invece, è alimentata dal vuoto dei tempi moderni. Ci tappiamo gli occhi, facendo finta che non esista più, ingozzandoci di immagini, suoni, like e comunità virtuali, pur di non fare i conti con la solitudine della nostra coscienza.

Shadow diventa l’arma vincente di Wednesday. Il pedone capace di fare scacco matto. È un uomo grande e grosso, uscito dal nulla, che sembra trovarsi sempre nel posto giusto al momento giusto, di poche parole e concreto nelle azioni; piace a tutti. Buoni e cattivi. Diventa il tesoro da proteggere per i vecchi dei e il bottino da saccheggiare per i nuovi.

Wednesday decide, quindi, dopo aver fatto smuovere un po’ le acque, di nascondere Shadow, prima nella città di Cairo, in compagnia dei signori Ibis e Jacquel e poi nella bella e pacifica cittadina di Lakeside, con il falso nome di Mike Ainsel. Questa parte della storia è dominata da una calma surreale, costellata di incontri. Sicuramente degno di nota è l’incontro di Shadow con Sam, una ragazza che fa l’autostop, e con cui condividerà confidenze, racconti e una parte di viaggio e che tornerà nella storia dopo qualche capitolo, regalando a chi legge, un appassionato Credo, nelle cose reali e in quelle che non lo sono e in tutte le cose che nessuno sa se sono reali o no. Sam crede in modo incondizionato. Senza pregiudizi, né convenzioni. Sam crede a modo suo e sa perfettamente che ciò in cui crede non può che esistere da qualche parte.

La parentesi di Lakeside non rimarrà una parentesi. L’accoglienza esagerata che viene rivolta a Shadow e la serenità dei cittadini è spiazzante. L’incanto, però, si rompe bruscamente quando scompare una ragazzina, Alison McGovern, e Shadow viene a scoprire che ogni anno a Lakeside, negli ultimi anni, è sempre scomparso un bambino e nessuno sembra dare peso a questa coincidenza. Shadow risolverà il mistero alla fine del libro, svelando una verità grottesca e macabra, difficile quasi da accettare.

Da Lakeside, Shadow se ne andrà sconfitto, dopo essere finito in carcere e dopo aver assistito in diretta alla morte di Wednesday, trasmessa violentemente in televisione. La morte del padre degli dei è un evento catastrofico. Shadow evade di prigione e, dopo aver recuperato il corpo di Odino, decide volontariamente di svolgere la veglia funebre e rimanere per nove giorni e nove notti legato a un albero di frassino, nudo, senza cibo né acqua. Quello che si compie è uno spietato rito di passaggio tra vita e morte, tra ingenuità e conoscenza.

Il mito di Odino si confonde e mescola con la storia di Shadow. Sull’albero si svolge un sacrificio, il sacrificio del figlio per il padre, il sacrificio di un dio che è padre e figlio allo stesso tempo, un dio che è salvatore e tiranno insieme, un dio che è morto, ma è pronto a risorgere. I capitoli 15 e 16 sono una sequenza di allucinazioni e fantasmi, in cui Shadow diventa davvero vivo, solo nel momento in cui annienta se stesso e conosce, comprende tutto ciò che c’è da sapere. Dopo la veglia ci troviamo davanti uno Shadow cresciuto, il cui sguardo è saggio, i cui occhi sono in grado di vedere oltre l’apparenza, non più soltanto un uomo, ma il figlio di un dio.

Il libro termina con la battaglia finale, spiazzando tutti, con un epilogo disarmante. Non dirò nulla sulla conclusione, se non che è il degno finale di un racconto di dei, in cui tutto avviene in base a un capriccio sciocco e irrazionale.

American Gods è un libro che scava, che esplora tra le radici degli archetipi su cui l’uomo da sempre costruisce narrazioni e racconti. Se questo libro fosse scritto in versi non sarebbe così diverso dall’Iliade e dall’Odissea. Di diverso troveremmo soltanto i nomi. Le divinità sarebbero, di fatto, sempre le stesse. Niente di più che evocazioni potenti della fantasia degli uomini, che, capitati per caso su questa terra, da migliaia di anni provano a spiegarsi il perché della grande messa in scena, a cui prendono parte soltanto per un barlume di esistenza.

Every hour wounds. The last one kills.” – Capitolo 3, American Gods.

Comments

  1. […] (di cui abbiamo già parlato raccontandovi di Coraline, Nessundove, Il cimitero senza lapidi, American Gods – grazie @Valeria). Devo dire mi ha molto incuriosito l’idea e non sono riuscito a […]

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