Non a sinistra per favore parte 2

29 Ottobre 2011

Enrico Di Giacomo

Osvaldo e Spartaco faticarono un po’ a tirarmi sulla barrozza. Erano invalidi di guerra e non erano andati dietro agli zingari. Mi portarono di corsa al casale e andarono poi a Narni dal dottor Polimanti.
Io non mi ricordo niente di quei momenti, perché mi hanno detto che deliravo e avevo la testa gonfia come un pallone.

Non a sinistra per favore

Ripresi conoscenza dopo due giorni. Quando aprii gli occhi trovai mia madre e mia nonna in fondo al letto. Ricordo che mia nonna mi fulminò con lo sguardo e non disse nulla. La pora mamma invece piangeva. La visita del medico era costata una salma di grano. Ero messo male: avevo un ginocchio macellato e una brutta piaga alla parte sinistra della testa. Il medico era convinto che me la fossi fatta cadendo, ma io sapevo bene quello che era successo veramente.
Dicevo che non mi ricordavo niente, perché avevo paura di Arnoldo e della punizione di mio padre. La notte, però, sognavo il diavolo che avevo visto al castello e il marchese che bruciava la pottarella. Avevo il terrore di rivederlo, perché credevo che mi avrebbe riconosciuto.

Poi papà e i fratelli non tornavano. Li rivedemmo dopo quattro giorni. Naturalmente a mani vuote. Le urla di Anna e le bestemmie di Nardone si sentirono fino a Borgaria. Mi nascosi tutto sotto il lenzolo.
Fuori, con rassegnazione, riprese la mietitura.
Alla fine di luglio ricominciai a camminare. Il ginocchio non era guarito bene e rimasi zoppo. Da allora presero a chiamarmi u cerettu, lo zoppetto. La ferita alla tempia sinistra non si richiudeva. Buttava sempre come materia. Poi vennero gli incubi. Tutte le volte che nel sonno mi giravo a sinistra, cioè dalla parte della ferita, facevo dei sogni terrificanti. La piaga cominciava a pulsare ed era come se un peso enorme mi schiacciasse la testa. Non riuscivo a muovermi.
Gli incubi erano tutti uguali ed erano così: mi ritrovavo fra i ruderi di Castel Buffone. Era notte. Era caldo. Camminavo all’interno di una grande stanza scoperchiata. All’improvviso sentivo un forte rombo d’acqua. Sembrava le Marmore. Il pavimento della sala sprofondava e mi trovavo tra le acque di una cascata che precipitava in uno sprofondo buio. Cadevo in una cisterna colma d’acqua stagnante puzzolente. L’incubo era così reale che potevo vedere il muschio e i mattoni sconnessi delle sue pareti. Non c’erano appigli per uscire e se ci provavo la forza dell’acqua mi ricacciava sotto. Non riuscivo a respirare. Poi appariva il diavolo rospo, che avevo visto nel castello, allungava la lingua fino alla piaga che avevo sulla tempia sinistra. Era come se un ferro rovente mi fosse messo sulla ferita. Mi svegliavo urlando.

A casa non sapevano che fare e il dottore sapeva solo dire che avevo sbattuto la testa e che ci voleva tempo. Poi un bel giorno si presentò al casale il marchese Arnoldo. Disse che aveva saputo del mio incidente e si interessò delle mie condizioni. Papa e mamma non poterono dirgli di no e Onofrio Arnoldo venne a trovarmi. Io cominciai a tremare. Avevo paura che mi avesse riconosciuto e che volesse uccidermi per quello che avevo visto. Il marchese era gentile e diede al povero papà una medicina per la piaga che mi era rimasta sulla testa. Non volevo che me la dessero, perché pensavo che fosse un veleno. Però fu tutto inutile, perché la povera mamma me la mise nella pasta. Pensavo di morire, invece stranamente la piaga cominciò a chiudersi e cominciai a riprendere i colori. Non capivo proprio che cercasse Arnoldo, finché un giorno al casale mi sorprese mentre ero da solo. Ricordo che vidi la morte negli occhi e sbiancai, perché non mi potevo nascondere. Arnoldo mi disse che non voleva fare del male a me e alla mia famiglia, perché io avevo ricevuto una grande grazia. Avevo il suo segno. Il segno di chi? Del diavolo? Disse altre cose che proprio non capivo. Poi arrivò mio padre e ci separò.

I miei erano preoccupati, perché il marchese era un senzadio e nessuno voleva che toccasse i bambini. Prima che mi facessi male veniva poco al casale e sempre per trattare col fattore, non coi poretti. Eppoi che voleva ? Era il padrone, ma era sempre una persona che era meglio non avere attorno casa.
Alla fine i miei, insieme a mia nonna, decisero che era meglio per tutti allontanarmi dal paese. Sarei andato da una zia, che mi avrebbe anche dato un lavoro, anzi un’arte, perché zoppo com’ero nei campi era meglio che non ci entrassi più.
Così lasciai Visciano. Partii di notte, in modo che nessuno mi vedesse. Sulla via Flaminia, all’altezza dell’osteria di Fausta, salii sul camion di un parente di mia madre, che mi portò a Borghetto. Li presi il treno. Andai da zia Ndolina a Orvieto. Dario, il marito di zia Ndolina, era barbiere e mi prese nella sua bottega.

Imparai il mestiere e dimenticai il marchese. Però gli incubi mi rimasero.
Solo una volta ebbi paura anche se ero lontano da Visciano. Ricordo che un giorno d’autunno del 1956, in bottega mi si presentò un cliente strano. Era sera e stavo per chiudere, quando questo signore distinto entrò e si sedette. Era magro, di mezza età, aveva i capelli lunghi, i baffi e la mosca. Indossava un bel vestito grigio. Mi chiese di scorciargli i capelli fino all’altezza del collo. Li per lì volevo mandarlo via, ma poi presi la mantellina e le forbici. Rimase a lungo in silenzio, poi cominciò a parlarmi di Visciano. Cominciarono a tremarmi le mani. Raccontò che era venuto da molto lontano per visitare i ruderi di Castel Buffone. Mi chiese se ne sapevo qualcosa. Dissi di no. Lui allora cominciò a raccontarmi la storia del castello e una leggenda mai sentita prima. Mi disse che in passato Visciano era stato popolato da una setta di adoratori di antichi dei, che regnavano sulla terra prima del Diluvio di Noè. Erano dei dell’acqua molto vendicativi. I marchesi Arnoldo all’inizio avevano coperto la setta e gli avevano concesso il castello, poi, dopo una epidemia di peste, avevano abbandonato Castel Buffone, che era andato in rovina.
Secondo la leggenda, in certe notti dell’anno ancora oggi i seguaci di quella religione si riunivano e offrivano bambini ai loro dei.

Mentre parlava, credo che se mi avessero accoltellato, non mi sarebbe uscita una goccia di sangue. L’uomo col vestito grigio mi disse anche che il vero nome del castello non era Castel Buffone, ma Castel Bufone, perché in latino bufo vuol dire rospo. Chiuse il discorso, dicendo che gli sembrava strano che non ne sapessi niente.
Smisi di tagliargli i capelli. Lui si alzò, si tolse la mantellina e fece per pagarmi. Mi allontanai istintivamente e mossi la testa per dire di no. Si mise a ridere e se ne andò.
I giorni seguenti non andai a bottega. Alla fine avevo capito quello che era successo quella notte maledetta. E avevo capito anche che quella gente, se voleva, sapeva dove trovarmi. Ero terrorizzato, ma anche inferocito, perché tutte le precauzioni che avevo preso per non farmi scoprire erano state inutili. Qualcuno a Visciano aveva parlato oppure sapevano sempre dove ero per via del marchio che mi era rimasto in testa? Gli incubi erano un richiamo?
Alla fine mi feci coraggio e tornai alla bottega. Avevano avuto chissà quante occasioni per farmi del male e non lo avevano fatto.
Una cosa la potevo ancora fare per difendermi: potevo cercare di non avere più gli incubi. In questo modo quel mostro non mi avrebbe più arrivato. E magari non mi avrebbero cercato più.
Così per non girarmi a sinistra mentre dormivo, mi cucii un sasso dentro la spalla sinistra della camicia da notte. Non appena mi giravo da quella parte, sentivo il fastidio e allora cambiavo posizione. Con gli anni non mi servì più, perché presi l’abitudine di dormire solo sul lato destro o a panza all’aria o a panza sotto.

In questo modo sono sempre riuscito a non avere più di quegli incubi. Mi sono invecchiato, usando questo sistema. E quell’uomo non è più tornato.
Poi mi è arrivata la toccatina e mi hanno portato qui.
Ai vecchioni ci sono le suore indiane. Non lo so da dove vengono, però è sicuro che sanno poco l’italiano. E’ un grosso guaio, perché dopo la paralisi parlo male e quelle non mi capiscono e ridono sempre.

Una poi è proprio una piaga. Non so se c’è o ci fa. Viene a tutte le ore a controllarmi, a sistemarmi il cuscino, a tirarmi le coperte. E mi gira sempre a sinistra. Non a sinistra, per favore! gli dico, ma la voce mi esce debole e impastata. Lei sorride e continua.

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