Non a sinistra per favore parte 1

27 Ottobre 2011

Enrico Di Giacomo

Finalmente anche da noi è arrivata la bella stagione. Le giornate si sono allungate e il sole è bello caldo. E’ un mese e mezzo ormai che la Usle mi ha racchiuso ai vecchioni di Vigne, dalle monache indiane. Ho avuto una toccatina, o meglio, un ittus, come dicono i medici e dato che non ho nessuno, il comune ha subito informato i servizi sociali e mi hanno portato qui.

Non a sinistra per favore


Non ci voglio stare. Non mi trattano male, però siccome sò vecchio, ho il diritto di morire al letto mio. Eppoi non mi va di stare così vicino a Visciano. Era dal 1935 che non mettevo più piede in quel posto maledetto. Praticamente da qualche mese dopo la sparizione della povera Costantina, la figlietta di Nardone il siciliano. L’orrore di quella storia ha segnato la mia vita.
Vi racconto il fatto.

Mi chiamo Scoccione Fabio, però tutti mi hanno sempre chiamato Fabietto, perché sono piccoletto come il povero nonno Pasquale. Sono nato 79 anni fa a Visciano, vicino a Narni, da Alviero e Teresa Bussotti. Ero il più giovane di sette figli. Quattro maschi e tre femmine. Il povero papà stava per contadino nelle vigne del marchese Onofrio Arnoldo sotto Borgaria e teneva il casale di Cristomorto.
Fin da piccoletto mi portavano a vangare sotto le tirate. Ci alzavamo all’alba e lavoravamo tra i filari fino al tramonto. Praticamente da scuro a scuro. Si faceva tutto a mano e la fatica era tanta, ma si mangiava e si aveva un tetto sulla testa.

Per quello che mi ricordo, i rapporti tra mio padre e il marchese erano i soliti a quei tempi: il padrone si prendeva la metà di tutto; noi però riuscivamo sempre a nascondere un po’ di roba. La cosa che mi sembrava strana era che tutte le volte che il marchese veniva al casale, i miei genitori mi facevano nascondere nella stalla oppure mi dicevano di mettermi sotto le coperte e di dire che ero malato.

Solo anni dopo riuscii a capire il perché di quel comportamento. Si diceva che Arnoldo fosse un senzadio e quando morì circolò la voce che fosse stato sotterrato nelle cantine della sua villa, perché aveva lasciato scritto che non voleva andare al cimitero. Erano castronerie. La verità superava tutte le chiacchiere dei poretti.
Per tutta la vita ho dovuto stare zitto. Ora non ce la faccio proprio più.
Il 21 giugno 1935 faceva caldo. Tutti mietevano il grano e la trebbia passava di casale in casale. La sirena della fine del lavoro si sentiva sempre più vicina. Mio padre comandava tutti a bacchetta e aveva chiamato anche i vicini per farsi aiutare. Ricordo che mia madre e le mie sorelle spignattavano tutto il giorno per preparare i sette bocconcelli del pranzo dei trebbiatori.
Ormai era l’ora di pranzo e non vedevamo l’ora di metterci sotto le piante. Di sicuro la pora mamma e le sorelle avevano già messo le pile e i fiaschi nei cesti e steso le tovaglie per terra.

All’improvviso si sentirono delle urla, che fecero rabbrividire tutti. Era Anna del poro Ugenio, la moglie di Nardone, che era venuto militare dalla Sicilia e non se n’era più andato. Come un’onda la notizia che era successa una disgrazia al casale si diffuse tra i trebbiatori. Ricordo che mio fratello Antonio lasciò a metà lo stornello che stava cantando e corse verso casa con la falce in pugno. Tutti i trebbiatori, lasciati gregne e mannelli, senza esitazione corremmo al casale con le falci, come per combattere contro qualche pericolo.
Anna era in mezzo all’ara e piangeva disperatamente. Nardone era vicino a lei e urlava a tutti di andare ad aiutarlo. Io mi infilai in mezzo alla folla che si stava raccogliendo. Nardone diceva che era sparita Costantina, la figlioletta nata a gennaio. La moglie l’aveva portata al casale, perché non aveva nessuno che gliela potesse guardare, e l’aveva messa in un angolo dell’ara, sotto un ombrello per ripararla dal sole. Ogni tanto usciva dalla cucina per guardarla. Aveva notato che l’ombrello era stato spostato, ma aveva pensato che il vento l’avesse fatto girare. A menzugiorno era andata a dargli il latte e aveva scoperto che non c’era più. Chi l’aveva presa?

Si formarono subito dei gruppi per cercarla. Andarono in tutte le direzioni, ma senza risultato. Chi aveva preso la bambina era stato molto svelto. Nel pomeriggio Domenico di Poeta disse che potevano averla presa gli zingari, che giravano di casale in casale con la fisarmonica e la scimmia. Il poro Giggi di Nenetta disse che sapeva che andavano a Vitorchiano. Allora gli uomini si misero tutti in cammino per inseguirli. L’ara rimase deserta, la mietitura sospesa. Il povero papà mi fece rimanere al casale con mia madre e le mie sorelle. Mia madre mi disse di governare le bestie e di non allontanarmi per nessun motivo. Però io disobbedii.

Quella notte io e altri due bardasci, Pasquale del casale del Bersaglio e Vittore de Zagaione, decidemmo di andare a cercare Costantina. A notte fonda scappammo dai casali e prendemmo la strada che porta alla chiesa di santa Pudenziana. Il campanile antico era illuminato dalla luna piena. Il resto della chiesa, invece, rimaneva nell’oscurità sotto le querce. Andammo oltre la chiesa e poi superammo il lavatore, dove mia madre e le mie sorelle andavano una volta alla settimana a lavare la biancheria di casa. Conoscevo bene la strada, perché da bambino le accompagnavo sempre. Dalla fontana partiva uno stradello che andava al vecchio Castel Buffone. I miei genitori non volevano che andassimo lì, perché dicevano che ci abitavano le streghe. Noi invece credevamo che chi avesse preso Costantina avrebbe trovato un ottimo rifugio tra le rovine. Eppoi l’assenza dei nostri padri ci faceva sentire liberi.
La strada era abbandonata e nessuno la percorreva volentieri anche di giorno. Ricordo ancora l’effetto che mi fece la vista dei muri coperti di piante. La luna dava al castello un aspetto proprio pauroso. A un tratto, si sentì una specie di brontolio. Ci nascondemmo dietro una quercia paralizzati dalla paura. Mi battevano i denti e dovetti mettermi una mano sulla bocca, in modo che non si sentisse alcun rumore. Dopo qualche munito si videro quattro figure nere uscire dal bosco e andare verso i ruderi. A quella vista gli altri bardasci se la diedero a gambe. Io ero paralizzato dal terrore e rimasi dov’ero. Ma a paura si trasformò in curiosità quando riconobbi quelle persone: erano il marchese Onofrio Arnoldo, Giulia e Chiara le marchicianette del casale della Rota e Cinzia la levatrice. Le donne camminavano dietro al marchese e guardavano per terra. Arnoldo cantava una specie di cantilena.

Il gruppetto sparì tra i ruderi. Li seguii in una grande sala e mi misi dietro una cerqua. Arnoldo era inginocchiato davanti a un altare. La luna gli illuminava il volto. Ricordo che era come in estasi: gli occhi spalancati, la bocca che borbottava una preghiera sconosciuta, la barba e il panzone come scossi da un tremore. Le marchicianette era in ginocchio dietro di lui. A un suo cenno si misero a fare il girotondo intorno all’altare. Mi avvicinai e arrivai a una ventina di metri dalla scena. La levatrice teneva in mano un fagotto bianco. Sembrava la copertina di Costantina. A un certo punto Arnoldo si alzò in piedi e si avvicinò a una spaccatura nel pavimento. C’era come una grotte e con una macchinetta accese un fascetto di paglia e lo buttò giù. All’improvviso la spaccatura si riempì di fuoco, come se fosse stata piena di petrolio. Il marchese tornò a inginocchiarsi. Fu allora che il sangue mi si gelò, perché sull’altare era apparsa una figura orribile. Il diavolo in persona. Si, proprio il diavolo. Una specie di rospo con tre corna sulla testa, enorme, puzzava di pesce, era schifoso. La barba di Arnoldo si bagnò di bava, gli occhi gli si spalancarono così tanto, che sembravano senza palpebre. Le marchicianette andarono a nascondersi dietro la levatrice. Arnoldo fece un cenno alla donna. La vecchia si alzò e gli diede il fagotto. Il marchese tolse la coperta e tirò fuori la bambina. Costantina! Dormiva, era come una bambola. Un attimo dopo la buttò nel fuoco della spaccatura.

Fu allora che non capii più niente e scappai. Credo che correndo smossi qualche pietra e mi feci scoprire, perché dopo qualche metro qualcosa mi colpì con forza alla tempia sinistra. Sentii un dolore fortissimo, come se qualcosa di caldissimo mi avesse schiacciato la testa tra l’incudine e il martello. Scappai in mezzo agli alberi, senza capire più niente. A un certo punto arrivai a una scarpata, persi l’equilibrio e caddi di sotto.
Mi ritrovarono la mattina dopo i miei amichetti, mandati a cercarmi da mia madre, quando si era accorta che non avevo governato le vacche. Mi ritrovarono vicino al lavatore di Santa Pudenziana. Avevo una brutta ferita alla tempia e un ginocchio gonfio.

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