Il cofanetto rosso parte 2

31 Maggio 2011

Enrico Di Giacomo

…continua…

Nella mente di Leonardo cominciò a farsi strada l’idea delle messe nere. Ogni tanto se ne parlava tra colleghi all’intervallo del pranzo e la polizia aveva già fermato qualche drogatello con un galletto decapitato in mano. Una volta avevano notato un viavai di autisti dell’ATAC nel riquadro dei caduti dell’ultima guerra, poi si era scoperto che una prostituta slava riceveva i clienti in una tomba di famiglia abbandonata vicino all’ingresso di piazzale tiburtino.

Il cofanetto rosso di Enrico Di Giacomo

Questa volta, però, la cosa appariva diversa, perché le persone coinvolte sembravano dottori, professionisti: insomma gente danarosa. Forse questa volta era una cosa seria. A Leonardo i satanisti facevano schifo.

Il mercoledì successivo si nascose in fondo al vialetto di servizio. Alle 15:30 i loschi figuri cominciarono ad arrivare. Ne contò una decina, tra uomini e donne. Si conoscevano tutti. Un uomo vestito di grigio aprì la porta della cripta ed entrò per primo. Gli altri lo seguirono subito. Leonardo attese qualche minuto, poi corse verso l’ingresso socchiuso, lo aprì con delicatezza ed entrò. All’interno c’era un leggero chiarore, che lasciava intravedere una scalinata che scendeva in basso. L’odore di muffa era fortissimo. Per esperienza Leonardo sapeva che quel tipo di tomba era costruito su un sotterraneo profondo una decina di metri, a cui si accedeva attraverso una scalinata scavata nel tufo. Le scale portavano a una cripta di varia forma e grandezza, dove venivano sepolte le salme. In superficie si ergeva il mausoleo, una sorta di monumento che doveva ricordare ai posteri il prestigio della famiglia e la sua posizione nella società.

Leonardo scese con circospezione. I gradini erano fradici di umidità ed era prudente aggrapparsi alle scaglie di tufo murate alle pareti della scalinata. A un certo punto si fermò: dalla cripta proveniva una sorta di litania. I necroforo si acquattò per non farsi vedere, poi si affacciò. La cripta aveva una forma mai vista: non c’erano loculi sulle pareti. Sembrava invece una cappella, perché aveva forma circolare. Le pareti erano scavate nel tufo ed erano rivestite di conchiglie e di rocce simili agli scogli. Al centro della sala si trovava una grande vasca ottagonale piena d’acqua. Forse era acqua piovana, che entrava nella cripta da un’ apertura posta al centro della volta. Doveva trattarsi di uno dei tombini posti nel mausoleo in superficie, dietro alla statua distesa. Al centro della vasca sorgeva un blocco rettangolare di pietra verde, sui cui era posta una statua stranissima. Rappresentava una creatura rattrappita, piegata sulle ginocchia. Aveva ali di pipistrello e il corpo ricoperto di scaglie. Il particolare più repellente, comunque, era la testa, simile a una piovra con lunghi tentacoli che scendevano fino alle zampe anteriori. La statua sembrava di giada ed era ricoperta di muschio.

Gli strani figuri avevano steso per terra tappeti e si erano inginocchiati davanti all’idolo. L’uomo col vestito grigio era in piedi e cantava in una lingua sconosciuta. L’aria puzzava di muffa e di olio bruciato, perché erano state accese delle lampade intorno alla vasca. A un certo punto l’uomo in grigio smise di cantare e disse: O Cthullu, che riposi negli abissi di Rilyeh, proteggi quanti hanno risposto al tuo richiamo, poi riprese la strana cantilena. Gli altri si alzarono e cominciarono ad agitare il busto e le braccia, come per mimare le onde del mare. Un senso di profonda inquietudine si impadronì di Leonardo. L’aria era irrespirabile per le esalazioni delle lampade e per le incrostazioni umide. Era come se dovesse accadere qualcosa di orribile. Leonardo fu colto dal panico e decise di togliersi di torno. Si girò lentamente e prese a risalire le scale. Aprì con circospezione la porta della cripta e corse via nel vialetto.

Quelle persone non sembravano satanisti oppure quella statua era una insolita rappresentazione del diavolo. Forse erano degli zozzoni che facevano le orge nelle tombe. Comunque sia la cosa non era regolare, perché la tomba era stata vincolata dalla Soprintendenza.
La settimana successiva, due giorni prima del suo ultimo giorno di lavoro da uno dei telefoni pubblici della Stazione Tiburtina fece una telefonata anonima al posto di polizia del Verano, dicendo che c’erano strane persone che entravano e uscivano il mercoledì pomeriggio da una tomba antica al Belvedere. Era convinto in questo modo di aver fatto il suo dovere senza essere coinvolto in nessuna storia. Nei giorni seguenti comportò come se non fosse accaduto nulla e organizzò un piccolo rinfresco di addio per i colleghi. L’ultimo giorno di lavoro fu terribile, perché lo colse una malinconia struggente. Quanti ricordi aveva di quel luogo. I colleghi se ne accorsero e cercarono di distrarlo.
Sapevano che al di fuori del Verano Leonardo non aveva nulla.

Il rinfresco comunque fu una pausa gradevole e Leonardo ricevette anche numerosi regali di commiato. Tra di essi un cofanetto di legno di colore rosso scuro, ben rifinito e sigillato. Non ebbe il tempo di aprirlo. Chiese chi glielo mandasse, ma nessuno seppe rispondergli. Pensò a qualche scherzo e lo mise nello zaino. Un po’ alticcio salutò gli ex-colleghi e si incamminò per la Stazione Tiburtina. Quella sera si coricò senza pensare e senza fare nulla. La mattina seguente lo svegliarono di soprassalto i latrati di Lillo: si era dimenticato di dargli da mangiare e la povera bestia giustamente protestava. Si prese cura del cane, poi riordinò i regali. Attirava la sua attenzione il cofanetto rosso. Era finemente intagliato e poggiava su quattro piedini di drago. Sembrava antico. Faticò un po’ per aprirlo. All’interno non trovò nessun biglietto, ma un tabacco da pipa scuro, profumatissimo. Ne prese un po’ e ci riempì la pipa che teneva in cucina sulla credenza. Nel fare questo, voltò le spalle allo strano regalo. In quel momento un vapore violetto uscì dal cofanetto e si addensò sul soffitto.

Leonardo lo scorse con la coda dell’occhio, ma quando si voltò la sostanza era scomparsa. Pensò ai postumi della sbornia e accese la pipa. Iniziava così la sua vita da pensionato. Quella notte fu svegliato di soprassalto da rumori provenienti dalla soffitta. Pensò che qualche animale ci fosse entrato e salì sulla scala con una scopa per cacciarlo o ucciderlo. Quando aprì la botola, però, non trovò nulla di strano. Seccato, tornò in camera pensando di aver mangiato pesante a cena. Nella stanza ebbe la sensazione di non essere solo. Alzò gli occhi e vide una nuvola di vapore viola sul soffitto. Buttò la scopa e scappò nel corridoio. Dopo qualche tempo si fece coraggio e tornò nella stanza. Nulla. Il giorno seguente la sensazione tornò. Questa volta il vapore gli si parò davanti, impedendogli di uscire di casa. Leonardo si precipitò alla finestra della cucina, ma quella sostanza infernale riuscì a precederlo. Cercò di dissiparla con le mani, ma tutto fu inutile, perché il vapore non si dissolveva, anzi era come se la pelle gli rimanesse attaccata. Una sensazione di orrore percorse il suo corpo. Con la forza della disperazione imboccò le scalette che portavano alla grotta del vino. La pesante porta di ferro si chiuse di colpo. Leonardo accese la luce e si sedette su un bigoncio capovolto. Il vapore non era riuscito a passare, ma era come se premesse sul metallo della porta. Non credeva ai suoi occhi eppure Leonardo era convinto di essere lucido. Si avvicinò alla botte e cercò di spillare un bicchiere di vino. Allora si rese conto che le braccia si muovevano come al rallentatore, come se qualcosa le frenasse. La vista gli si annebbiò, l’ultima cosa che vide fu la luce della lampadina che diventava viola.

Qualche giorno dopo i vicini chiamarono i Carabinieri, perché Leonardo non si faceva più vedere dal giorno che era andato in pensione. Lillo era stato visto girovagare per le fattorie dei dintorni e non era mai successo. Lo trovarono in cantina. sul volto stampata una impressionante espressione di orrore. Il corpo era irriconoscibile, come se fosse invecchiato in un lasso di tempo brevissimo. Era come se qualcosa lo avesse prosciugato. La pelle era attaccata alle ossa ed era diventata simile al cuoio. una mummia. In casa tutto era in ordine, tranne la cantina, che era in condizioni pietose. era come se Leonardo, una volta andato in pensione, ci si fosse asserragliato, rifiutandosi di uscire.

Forse la pensione aveva sconvolto la mente di un uomo solitario, che per tutta la vita non si era dedicato ad altro che al suo lavoro. Per cercare di ricostruire l’accaduto i Carabinieri interrogarono i conoscenti del morto, ma nessuno seppe dire nulla di utile sui suoi ultimi giorni di vita. Pierino, lo stupido della zona, disse di aver visto un signore in abito grigio uscire dalla casa di Leonardo con un cofanetto rosso in mano, ma nessuno gli prestò attenzione, perché era scemo.

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