Il Paladino cap. 4 – Oltre il mare

Doroty era a terra svenuta, o morta. Io, accanto al suo corpo, piangevo, ed ero inchinato dinanzi al cavaliere della morte. Questo, sceso dal suo destriero puntò la spada contro il mio cuore.
“Ho già finito la tua amichetta, non mi resta che uccidere te” Con un colpo secco fece penetrare la lama nella mia carne.
“AHHHHH!”

Naemor PODCAST de Il Paladino

La prima cosa che vidi risvegliandomi furono gli occhi azzurri di Doroty fissarmi; lei sorrideva ma era visibilmente stanca.

Non so come feci, e tutt’ora me lo chiedo ancora. Sapevo che se il cavaliere della morte ci avesse scoperto, ci avrebbe ammazzato di sicuro: ma nonostante le ferite, nonostante fossi così dolorante, riuscii a raggiungere la tomba di Uther. Entrai nella cappella, posai a terra Doroty, e mentre chiudevo la porta, svenni anche io.

“Grazie” disse “mi hai salvato la vita”
Respirai affannosamente e mi ci volle qualche secondo per capire che avevo sognato…
” Anche tu” dissi e feci per alzarmi “Ahia!!” Avevo mosso leggermente il capo che questo mi aveva fatto molto dolore.
“Non muoverti, hai fatto uno sforzo estremo, ti sentirai malissimo per molto tempo”.
Non mi diedi per vinto, provai ancora ma sentivo male dappertutto. Rassegnato sospirai e mi rilassai.
“Hai avuto un incubo?”
“Si…” Iniziai a rimuginare sull’accaduto, quando mi venne in mente una cosa:
“Come diamine hai fatto con un solo incantesimo a farli fuori tutti?”
Lei si limitò a sorridere, ma poi vedendo che non smettevo di fissarla, disse, con una voce debole, come se non avesse voluto dirlo:
“Ho usato l’incantesimo più potente di cui dispongo. Ma non mi è permesso usarlo sempre, solo in certe situazioni, e come hai potuto vedere ha effetti collaterali. Si chiama Incanto Fulax.”
“Ma se ha eliminato cosi tanti nemici, perché nessuno prima d’ora l’ha mai usato? Avremmo vinto di sicuro…”
“Vedi, questo è un incantesimo che pochi riescono ad apprendere, ed è anche molto pericoloso” sospirò, come se si volesse fermare, ma poi disse: “Inoltre è usabile solo dall’Arcimago Supremo. Ma quando un tale viene nominato Arcimago Supremo, ovviamente non assimila tutti i poteri, ma solo quelli che in quel momento è capace di usare. Può impararli certo, ma in periodo di pace nessuno si allena per farlo. L’ultima volta,comunque, che fu usato fu nel duello tra Aegwyn e Sargeras”
“E tu ci sei riuscita…” dissi, pieno di ammirazione.
“Si”
“E’ strano che comunque nessuno l’abbia mai usato…” ribadii, curioso di sapere altro.
“Te l’ho detto: solo chi è davvero bravo può usarlo, ma come dicevo, si può morire , poiché l’energia che si spreca per usarlo è tantissima. Mi sono allenata duramente durante questi tre anni dopo aver scoperto che sapevo usarlo. La prima volta che lo usai, sarei morta se non fosse stato per il medico Alarth. Oggi sono stata fortunata: sono stata solo sbalzata indietro contro la casa che mi è rovinata addosso”
“Sei un portento”dissi a bassa voce dopo attimi di silenzio.
“Grazie” rispose, ravvivando un po’ il suo viso pallido, e prendendo coraggio disse “ma questo che so fare io è di bassa potenza. Al Re Lich fuso con Arthas farebbe dolore, ma non certo così tanto da farlo morire.”
“Mentre usandolo alla sua massima potenza?” chiesi.
“Anche Sargeras, il Titano Oscuro, morirebbe. Ma costerebbe la vita a chi lo ha lanciato.”
“Dunque Aegwyn l’ha usato contro di lui…ed è pure sopravvissuta”dissi.
“Anche se nessuno ha assistito personalmente allo scontro, Aegwyn l’ha usato sicuramente perché ne era capace”
“Ma non era un Arcimago Supremo, ma un Guardiano di Tirisfal”
“Dopo la caduta di quell’ordine i poteri dei guardiani passarono agli arcimaghi…”
“Capisco…”
“A quanto pare” iniziò Doroty guardando verso l’esterno “dalla capitale non si sono accorti che i non-morti di Andorhal non ci sono più”
Guardai anche io fuori: mi resi conto che doveva essere molto tardi, poiché era buio e un cielo stellato brillava in alto.
“Oh si che se ne sono accorti” dissi.
“Cosa?” Dooroty parve preoccupata.
“Quando ho lasciato Andorhal avevo quel cavaliere della morte alle calcagna: non ci ha visto, ma se lo avesse fatto ci avrebbe ucciso”
“Diamine! Ma allora dobbiamo partire subito!”
“Perché tanta fretta?”
“Siamo qui da quasi dieci ore…”
“Dieci ore! Non ci credo…”
“…e se ne sono accorti parecchio tempo fa, potrebbero tornare con un contingente per setacciare il territorio! Inoltre sospetterebbero di Sorrow Hill…dobbiamo partire subito!”. Si alzò di scatto, rimise a posto pezzi di pane che aveva messo a terra su una tovaglietta, poi prese la sua borsa e iniziò a frugarci dentro.
“Ecco, prendi un sorso di questa” disse poi, porgendomi una piccola bottiglia verde piena di un liquido rosso.”Ti farà sentire meglio”
Esitai un attimo e chiesi:
“Sicura che funzioni?”
“Si…” rispose impaziente. Presi la bottiglietta e la aprii: ne fuoriuscì uno strano odore sconosciuto. Bevvi il liquido e subito mi parve di bruciare dappertutto. Ma fu un attimo: infatti dopo pochi secondi mi sentii rinvigorito: non del tutto, ma, come constatai, potevo camminare senza dolori.
“Bene, faremo meglio a muoverci”
Salimmo sui cavalli e prendemmo la via di casa.
“Dovremmo avvertire quelli di Chilwind?” domandai
“No” rispose Doroty guardando con odio verso l’accampamento.
Anche se immersi nel buio, dopo una notte senza stelle né luna, poiché oscurate da nuvole nere, riuscimmo a raggiungere Southshore alle prime luci del mattino.

Entrammo in città ed avemmo la sensazione di essere soli: il suono degli zoccoli dei cavalli rimbombava dappertutto nei vicoli vuoti, e il vento che si stava alzando rendeva l’atmosfera più cupa. Foglie e sabbia, spinti dall’impetuoso vento, finivano impigliati nei nostri capelli o negli occhi. Raggiungemmo le stalle e ci congedammo, dandoci appuntamento per l’indomani, quando avremmo discusso della situazione attuale. Anche se non c’era tempo, avevamo bisogno di nuovo vigore. Sonnecchiando, raggiunsi la taverna e nell’entrare incontrai lo gnomo Alarth, medico dell’ospedale della città.
“Salve dottore” dissi in un soffio.
“Salve, paladino…siete ritornati dalla missione?”
“Già…E’ andato tutto come previsto…all’ospedale come va?”
“Si stanno riprendendo…proprio ora sto andando a dare un’occhiata…ho dormito solo tre ore questa notte…”
“Buona fortuna allora…io vado a dormire ora invece.”

Tornato nella mia camera, la trovai così come l’avevo lasciata. Levatomi l’armatura e pulitomi del sudore e dei graffi, mi abbandonai al mio dolce letto e al sonno che mi avrebbe trasportato verso ore più liete. Mi svegliai quando il sole ormai aveva finito il suo lavoro quel giorno, o almeno aveva tentato, dato che le nubi, più insistenti che mai avevano chiuso il passaggio di ogni raggio. Mi sentivo strano: avevo recuperato un po’ di forze, ma avevo la sensazione di un sonno perenne. Mi rivestii con soffici vestiti e feci per scendere a cena, quando notai la lettera di Relhiar lasciata a terra alla mia partenza. Da allora l’avevo rimossa dalla memoria: la presi, la rilessi e pensai…

La mattina seguente mi diressi verso la torre, come previsto, e mi fermai solo qualche minuto in caserma per salutare Borin e Valdor. Mi informarono che la condizione dei soldati era migliorata, e che adesso avrebbero potuto resistere anche a un leggero attacco. Il tempo era finalmente dedito alla primavera: il caldo si faceva più insistente e sia le nubi che il vento del giorno precedente sembravano un ricordo. Fu un sollievo richiudere alle mie spalle la porta dell’ingresso della torre, nella quale sembrava che l’aria calda non avesse accesso. Raggiunto l’ufficio della dama, lo trovai vuoto, e per la prima volta capii che quella non doveva essere l’unica stanza della torre. Poco lontano trovai delle scale che salivano verso l’alto, e incuriosito, le percorsi. Mi trovai dinanzi, dopo molti gradini a chiocciola, a una porta semiaperta, che aprii. La porta dava sul terrazzo in cima alla torre, privo di tetto e lì trovai la Dama che scrutava nel vuoto pensando a chissà cosa
“Doroty!” chiamai. Lei si voltò e mi salutò con la mano, e mi fece cenno di avvicinarmi.
“Ciao Naemor, riposato bene?”
“Si, e tu?”
“Anche, ci voleva proprio una bella dormita.”
“Pare che l’estate qui si stia avvicinando, rispetto ad altre zone…” dissi guardando verso il cielo.
“Già. Proprio ora guardavo verso il mare…l’anno scorso di questi tempi, quando c’erano meno cose da fare mi facevo tanti bagni rinfrescanti…ma ora non posso proprio…”dopo una pausa disse: “Ma tanto il mare lo vedremo presto…”
“Che intendi?”
“Ho deciso che sarà meglio partire il più in fretta possibile da qui verso Theramore.”
“Hai ragione. Dobbiamo saperne di più sul misterioso tomo…ma con quali navi salperemo?”
“Per le navi ho già fatto predisporre che venissero costruite sulla base di qualcuna che già abbiamo ma che è inagibile perché senza pezzi o altro…ma ciò che più mi preme non è il tomo oramai…”
“Ti riferisci alla guerra annunciata?”
“Si e sono preoccupata…”
“La possibilità che tutto venga rispazzato via dai non-morti non alletta nessuno…” dissi. “Dovremo informare Jaina anche di ciò?”
“Ovviamente. Abbiamo sei mesi di tempo: secondo me la miglior cosa da fare è abbandonare questi villaggi e dirigerci a Kalimdor…”
“Io avevo pensato ad un’altra soluzione…”
Per la prima volta durante l’incontro, Doroty smise di fissare il nulla e puntò i suoi occhi sui miei.
“Cosa?” chiese.
“Ecco, secondo me potremmo approfittare della cosa in un certo senso…Se riuscissimo a unire tutti i villaggi di Lordaeron ancora in piedi e unirli a Theramore, potremmo riconquistare la patria approfittando dell’indebolimento del Flagello e dei Reietti, che intanto combattono tra di loro…”
“Sei pazzo! E’ un progetto irrealizzabile!”
“Ma perché? Forse non avremo molti soldati, ma dalla nostra avremo l’effetto sorpresa…li coglieremo in un momento di debolezza mentre si uccidono tra loro.”
“Non penso sia cosi facile…” disse Doroty dopo un momento di riflessione.
“Veniamo da decine di guerre in poco meno di quattro anni, e non credo che Lordaeron abbia la forza di reagire in questo modo. Ma poi come ti è saltata in testa quest’idea?”
D’un tratto mi feci molto serio…
“Lo penso da molto tempo…da quando ancora il flagello doveva finire la sua missione qui…il giorno in cui tornammo a casa io e Relhiar, dopo che erano cadute tutte le città, pensammo di trovare una Try’s Hand pronta a combattere ancora e a non arrendersi. Invece, la trovammo in fiamme. Eravamo piuttosto malconciati, con molte ferite, ma quella vista ci uccise definitivamente. Entrammo non in una città scintillante e splendente ma in una completamente invasa dalle fiamme e dai cadaveri. Ricordo che una guardia, che tentammo di aiutare nel disperato tentativo di sopravvivere, prima di esalare l’ultimo respiro disse: “Lui è stato qui…il principe traditore…” Mi prese una rabbia improvvisa e corsi verso casa mia. Era in fiamme, naturalmente. Vi entrai e vidi il corpo dei miei genitori a terra privi di vita. Prima che il dolore potesse prendermi, prima che una lacrima potesse sgorgare dai miei occhi, ebbi una visione: Arthas in persona era li in quella casa, in mezzo alle fiamme. Mi dava le spalle. Prendeva i corpi dei miei genitori e li trapassava con la spada, prima uno poi l’altro. Dopo averli trapassati, sbatteva i corpi a terra e iniziava a ridere: rideva chissà per cosa, ma era contento, e nella mia testa la risata non finiva più. Poi scomparve. Quel giorno giurai solennemente di uccidere Arthas con le mie stesse mani, e di riconquistare la mia patria. Ieri, ad Andorhal ho avuto la sensazione che fosse l’occasione propizia, che avremmo potuto, o almeno provato, a riconquistare Lordaeron, capisci?”
“Si, ti comprendo. Ma al momento è un progetto irrealizzabile. Ti prometto che ne parleremo con Jaina, e vedremo cosa fare.”
“Credi realmente che non si possa fare?”
“Naemor, vorrei tanto che si potesse fare. Vorrei tanto riprenderci la nostra amata patria, vorrei tanto rivendicare tutti i nostri cari…
“E allora questo è il momento giusto. Ora…” dissi fermamente “…andremo a Theramore come messaggeri e torneo come un esercito che va in guerra”
“Sei deciso allora…ma non sarà facile convincere Jaina.”
“A proposito, da dove salperemo? Verranno create qui le navi?”
“No. Ho mandato i migliori ingegneri a nostra disposizione a Pyrewood affinché creino li le barche. E da li salperemo anche.”
“Ma è vicino Shadowfang…”
“Esploratori hanno confermato che i non morti non risiedono in quelle zone. E’ un posto sicuro, e nel caso pensassero a una eventuale partenza non si sognerebbero nemmeno di cercare lì. E comunque, dato che i lavori non partono da zero, posso affermare che tra due settimana o per la sue metà saremo in grado di poter salpare.”
“Bene. Era questa l’informazione che mi serviva.”
“In che senso?” chiese Doroty.
“Parto e non rimango qui per queste due settimane”
“Come? Ma io volevo che tu addestrassi le guardie! Dovranno venire con noi, non possiamo certo presentarci li come straccioni!”
“Ho fatto molte esperienze, ma sono giovane ancora. Ci sono soldati che hanno più primavere di me e possono benissimamente prendere il mio posto. A tal proposito, temo di dovermi dimettere da Maresciallo di Southshore. Non tornerò molto presto qui…”
“Bè so che convincerti a rimanere sarebbe pura follia, ma dimmi almeno, dove hai intenzione di andare?”
“Andrò a nord ad esplorare. Andrò ad Undercity”
“Pazzo! Qual è la ragione che ti spinge fin li?”
“Sospetti, un terribile sospetto. La decisione è presa. Se non mi vedrai tornare tra due settimane a Pyrewood, vorrà dire che sono morto. Mi addentro in territori in cui neanche con contingenti di 100 uomini sono entrato”
Mi inchinai, baciandole la mano, scesi dalla torre e mi preparai alla partenza. Bardato, dopo un’ ora circa sul mio fido cavallo salutai con un cenno la Dama che ancora era sulla torre, e partii verso Tirisfal.

Col passare dei giorni, la Dama fu presa da mille impegni. La notizia di una sua nuova partenza indignò ancora Valdor, che però si tirò su di morale sapendo di dover accompagnare la sua Dama in missione verso Theramore. Borin, orgogliosamente, affermò che sarebbe rimasto a Southshore per difendere le poche guardie e tutti i cittadini “A differenza di te fratello, che segui un amore perso in partenza!” dopo questa affermazione Valdor avrebbe voluto mozzare la testa al fratello, mentre Doroty scoppiò in una sana risata. Le condizioni delle guardie migliorarono visibilmente grazie alla grande sapienza del medico gnomo, e la Dama riuscì a preparare almeno una scorta di venticinque uomini che l’avrebbero seguita a Theramore. Altri cento avrebbero difeso le mura della città che lasciava, nel caso in cui questa fosse attaccata. Passava le giornate tra l’ospedale, aiutando Alartih, il suo ufficio e la caserma, dove ti tanto in tanto andava ad allenarsi; ma non riusciva a non capire lo strano comportamento dei due fratelli, non capiva perché entrambi di punto in bianco avessero deciso di partire senza ulteriori informazioni. Inoltre, sin da quando li aveva ritrovati a Shadowfang aveva riposto in loro grande fiducia, e si sentiva un po’ tradita per queste partenze inspiegabili. Quando rivelò ad Alarth dei miei piani, cioè quelli di andare ad Undercity e tornare in due settimane, egli con prontezza disse:
“E’ assurdo! Se vuole raggiungere Undercity non ce la può fare a tornare entro due settimane!”
“Lo so…inoltre non ha voluto dirmi perché partiva…”
“Proprio come suo fratello…mmm aspetta, come si chiamava?”
“Relhiar” disse automaticamente Doroty. Ma poi il suo volto si illuminò come se avesse avuto un’intuizione. “Relhiar!” disse ancora.

Come previsto, entro i quattordici giorni successivi alla mia partenza Doroty ebbe le navi. La mattina della partenza la Dama si apprestò a partire da Southshore con il suo seguito verso Pyrewood. Convocò alla torre il medico Alarth e gli spiegò che avrebbe preso la reggenza in sua assenza insieme al nuovo Maresciallo di Southshore, Borin Redpath; infine gli chiese:
“Nessuna notizia di Naemor?”
“Nessuna mia signora”
“Capisco…ora devo andare…ci rivedremo tra qualche mese spero. Intanto governa saggiamente questa città”
“Lo farò”
Con la testa china, lasciò la torre, raduno le venti guardie che l’avrebbero accompagnata e lasciò la città. Il viaggio fu lungo, e privo di sorprese. Di tanto in tanto uomini della scorta avanzavano per sondare il territorio, affinché nessuna spia o, nel peggiore delle ipotesi, legione dei non-morti potesse intaccare il cammino. Solo verso sera, dunque, raggiunsero il porto.
“E’ arrivata finalmente, Dama” la accolse l’ingegnere capo.
“Mi scusi per il ritardo” rispose la Dama “Ci imbarcheremo cosicchè possa tornare a casa a Southshore” con una risposta che spiazzò completamente il poverino. Ma mentre il sole tramontava, dipingendo il piatto mare di un arancione mozzafiato, e il seguito reale si imbarcava, la dama temporeggiava sul suo destriero, poco più in là rispetto a quelle che un tempo erano le mura del villaggio. Sembrava che mirasse i campi, come se stesse dando una sorta di addio alla sua terra, ma i suoi pensieri vennero interrotti:
“Mia signora” disse Valdor avvicinandosi “Siamo mezz’ora oltre la tabella di marcia, faremo meglio ad imbarcarci…”
“Hai ragione…” disse Doroty lunatica, mente si apprestava a seguirlo per poi imbarcarsi.
La barca, così, prese il largo, lasciando le rive di Lordaeron. La dama gettò un’ ultimo sguardo dal ponte verso la costa che si rimpiccioliva man mano, come se aspettasse qualcuno. Ma non accadde nulla, gli alberi erano sempre li, le poche case rimaste su in quel insignificante villaggio erano ancora in piedi e gli ingegneri si stavano preparando per tornare verso casa e verso un bel gruzzoletto d’oro. Doroty sconfortata abbassò lo sguardo, e con una lacrima che le scendeva lungo la guancia si ritirò.

Nello stesso momento a Southshore, il medico Alarth era entrato appieno nel suo ruolo di reggente e ora si gustava la visuale ampia che si scorgeva dalla cima della torre dove due settimane prima avevamo discusso io e la Dama d’Oro. Stava pensando al carico di lavoro da svolgere all’ospedale, ma si ripromise di non metterci piede dentro prima di non aver addentato qualcosa. Scrutando il cielo, immerso nei suoi pensieri, notò una strana figura. Non ci fece caso all’inizio, ma la figura tendeva ad ingrossarsi…
“Oh cielo, cos’è quella oscura figura?” si chiese lo gnomo “E’ più piccola di un drago, più grande di un’aquila…cosa potrebbe…un momento…è un grifone!” In fretta e furia scese la torre,e in tutta la bassessa tipica di uno gnomo, scrutò nuovamente il cielo. Ormai tutti si erano accorti della figura, che entrata nel raggio visivo degli abitanti, si confermò essere realmente un grifone con tanto di cavaliere. L’animale planò esattamente dinanzi a Alarth che intanto aveva raggiunto la piazza principale. Dal grifone scese una strana figura, era un uomo giovane, in armatura ma sembrava che avesse subito molti colpi. Aveva infatti un solo spallaccio, quello destro, mentre quello sinistro mancava e al suo posto c’era una profonda ferita. La corazza era del tutto consumata. Solo stivali e gambiere si salvavano.
“Naemor!” disse Alarth
Scesi dal grifone e dissi:
“Medico, presto, dobbiamo portare Relhiar all’ospedale sta male!”
“Chi?” disse lo gnomo, che solo ora si accingeva a guardare sulla groppa del grifone dove era situato un ragazzo apparentemente svenuto. “Oh andiamo subito, è qui vicino!”
Presi mio fratello sulle spalle e ci avviammo di corsa verso l’ospedale. Dopo essere entrati lo appoggiai dolcemente sul primo lettino libero e dissi:
“Suppongo sia stato maledetto, e di conseguenza ne ha subito il corpo”
“Maledetto? Oh, maledizione!” disse mentre iniziava a trafficare con pozioni e erbe.
Improvvisamente mi ricordai della partenza:
“Dov’è la Dama?”
“E’ partita stamattina da Southshore!”
“Dannazzione! Signor Alarth” dissi fermamente “mi dica cosa devo somministrare a Relhiar, non c’è tempo da perdere devo partire per Theramore”
“Ragazzo mio sei impazzito! Non solo non credo che tu sia in grado di controllare un paziente maledetto, ma poi come speri di raggiungere…”
“Faccia silenzio!” urlai. Ripresi sulle spalle il corpo del povero Relhiar e indicai la pozione che aveva in mando il medico “E’ questa che deve bere?”
“Si, ogni dieci ore” disse il medico, rimasto senza parole e mi porse la fiaschetta.
Uscii dall’ospedale e chiamai “Kurdran!”. Il grifone si sollevò dalla piazza e subito fu da me. Adagiai sulla sua groppa il corpo di Relhiar e poi vi salii. “Andiamo, amico mio, dobbiamo fare un viaggio lunghissimo” Con poche possenti battiti d’ali fummo in cielo e dopo dieci minuti sorvolavamo Pyrewood. Adesso volavamo a tutta velocità sul mare arancione, verso Theramore, verso Dortoy.

Lord Mario