Se non ti lecchi le dita, godi solo a metà di Fiorella Rigoni

21 Giugno 2016

Fiorella Rigoni – Se non ti lecchi le dita, godi solo a metà

di Fiorella Rigoni

 

Si guardò la mano. Le unghie erano perfette. Lunghe, laccate di rosso e appena limate. Sorrise, soddisfatta del suo lavoro.

«Cadrà ai miei piedi… come tutti» bisbigliò aprendo l’armadio e sbirciandoci dentro. Scelse un tubino nero, una camicia in pizzo bianco e ci accostò della biancheria intima di raso nero. Indossò calze autoreggenti e un paio di scarpe di camoscio scure, con il tacco alto.

Quando fu completamente vestita, si guardò allo specchio. Perfetto!, rifletté mentre si ravviva i lunghi capelli ramati. Fece un sorriso soddisfatto ripensando a ciò che l’aspettava quel pomeriggio.

Lui era un ragazzo dall’aria spaventata, occhi scuri e capelli della stessa tonalità. Non era magrissimo, anzi, ma questo era ciò che più le piaceva, lei adorava i tipi in carne.

Si erano parlati in chat per parecchi giorni. Lei lo aveva stuzzicato con frasi a doppio senso e immagini sensuali, com’era solita fare. Ormai ne aveva adescati parecchi con quel trucchetto, ma non era mai sazia, aveva sempre fame. Era diventata un’esperta nell’arte dell’acchiappo, molto più brava della madre, qualunque cosa questa osasse dire.

«Non so cosa darei per conoscerti» le aveva scritto lui due giorni prima, ormai preso nel perverso gioco di parole in cui lei era così brava.

Si era quasi tirata indietro, titubante, adducendo una timidezza che fino a qualche ora prima non pareva avere. «Ma come? Mi hai fatto diventare scemo con le tue belle parole e queste immagini così erotiche e adesso non vuoi nemmeno vedermi?» l’aveva apostrofata il tizio per messaggio.

«Sai… è la timidezza. Finché ci parliamo in chat è tutto facile, ma faccia a faccia non so…» gli aveva risposto, quasi fosse un’educanda.

«Ma non preoccuparti, non ti mangio mica» era stata la risposta di lui. E qui lei era scoppiata a ridere. Le erano scese addirittura le lacrime per quanto aveva riso. Era sicurissima che lui non potesse farle alcun male, ma la parola che aveva usato era davvero adatta alla situazione, anche se lui ancora non lo sapeva.

«Dici davvero?» aveva digitato in fretta. «Ma sei abbastanza dolce?» aveva chiesto sempre ridendo come una pazza, tanto lui non poteva né vederla, né sentirla.

Il gioco le piaceva, le piaceva da matti, e faceva di tutto perché durasse il più a lungo possibile.

«Sarò dolcissimo, vedrai, quasi come un cioccolatino di quelli con il ripieno al caffè, quelli che dici di adorare» le aveva scritto.

Lei aveva spalancato gli occhi mentre le veniva l’acquolina in bocca. Allora sarà deliziosamente bello, pensò mentre digitava in fretta la risposta. «E dai… se è così non vedo l’ora di vederti. Va bene domani pomeriggio?» aveva cliccato inoltrando il messaggio. La risposta non si era fatta attendere.

«Sì, sì, benissimo. Dove vuoi che ci vediamo?» le aveva domandato.

«I miei non ci sono, puoi venire qui. Ti va?» gli aveva scritto.

«Nessun problema, dammi l’indirizzo e arrivo» fu ciò che aveva visualizzato sul monitor alcuni secondi dopo. Aveva socchiuso gli occhi, soddisfatta più che mai, poi aveva concluso inviandogli l’indirizzo e mandandogli le solite faccine piene di sorrisini. L’attesa però era stata snervante. Aveva una maledetta voglia di vederlo, di incontrarlo, di assaggiarlo. Questa era sempre la parte peggiore: l’attesa. A volte aveva dovuto aspettare anche più di un paio di giorni. Non era così semplice organizzare gli incontri, non tutti erano vicini o liberi subito. Alcuni poi, visto il posto isolato in cui viveva, avevano esitato, ma li aveva convinti con le solite faccette tristi e parole inequivocabili a cui non avrebbero resistito per molto. Quando poi si incontravano era meraviglioso, molto stimolante e soddisfacente, sotto tutti i punti di vista. Nessuno finora l’aveva mai delusa.

Tornò ai suoi preparativi. Andò in bagno e si truccò, facendo attenzione a non esagerare. Era eccitata e questo non giovava. Doveva avere la mano ferma per fare un bel lavoro, altrimenti non sarebbe riuscita a mettersi il mascara. Chiuse gli occhi e fece un respiro profondo. Doveva tranquillizzarsi, altrimenti tutto le sarebbe sfuggito di mano e non poteva andare così. La sua voglia era immensa e se voleva saziarla doveva essere lucida e calma. Il campanello suonò alle tre in punto. Si lisciò la gonna prima di andare ad aprire. Fece un bel respiro, si stampò un bel sorriso sul viso e aprì l’uscio.

«Ciao» disse.

«Ciao» le rispose il ragazzo.

«Dai, entra» propose lei aprendo di più la porta.

«Certo» ribatté lui varcando la soglia.

La porta si richiuse dietro di loro, chiudendo fuori il mondo.

«E così tu sei Marika» esordì il suo nuovo amico, squadrandola.

«Sì, in carne e ossa» rispose facendo un giro su se stessa. «Proprio come nelle foto, come vedi sono vera. E tu sei Lucio, piacere» continuò ridendo.

«Sì, in effetti un dubbio ce l’avevo» rispose il tizio continuando a guardarla. «Chissà perché, ma pensavo che fosse solo un brutto scherzo».

«No, non farei mai una cosa del genere» espose lei avvicinandosi. «Tu mi piaci davvero» continuò sfiorandogli il viso con una carezza.

A quel contatto il ragazzo sgranò gli occhi e si ritrasse leggermente, come se quel leggero tocco non fosse stato di suo gradimento.

Marika sbatté le palpebre, confusa. «Che c’è?» domandò con espressione stupita.

«Niente… è che mi pareva che la tua mano fosse gelida» rispose l’altro corrugando la fronte. «Ma di sicuro mi son sbagliato».

La giovane scoppiò in una risata sciocca, con la mano si coprì la bocca. «Forse sarà che sono tanto eccitata… Sai Lucio, mi piaci così tanto» spiegò abbracciandolo.

Il giovane non si sottrasse, anche se sentiva che qualcosa non andava.

Marika gli baciò il collo, piano, mentre lo stringeva a sé. Infilò le dita tra i capelli, lo accarezzò senza fretta cercando la sua bocca.

Lucio lasciò perdere le sue perplessità e rispose al bacio, le sue mani strinsero forte i fianchi della ragazza. Ancora non gli sembrava vero che quella creatura così bella potesse desiderare proprio lui, lui che tante volte ci aveva provato con altre, ma che in realtà non era mai riuscito a concludere nulla. Troppo goffo e con qualche chiletto in più, così dopo il primo appuntamento, che immancabilmente finiva con un nulla di fatto, non ne arrivava mai un secondo. Ma stavolta le cose parevano diverse, stavolta avrebbe pure lui avuto qualcosa da raccontare agli amici.

Le mani di Marika si strinsero di più attorno al collo dell’uomo. La sua bocca era avida, prepotente. La lingua ingorda mentre rincorreva quella di Lucio. Fremeva nel sentirselo premuto contro, nel constatare come fosse grossa l’eccitazione che provava, quel gonfiore che sentiva premerle contro il ventre. E lei aveva davvero voglia di un po’ di sesso, prima di pranzare. Ma era troppo affamata e così esagerò con le effusioni, finendo per compromettere tutto.

Un brivido di freddo percorse la schiena di Lucio quando gli graffiò il collo. Un dolore sordo lo colse mentre si staccava di scatto e la fissava. «Ma che stai facendo?» chiese spaventato.

Lei lo fissò con quei suoi occhi strani, che d’un tratto parvero essere enormi. Le iridi oblunghe erano diventate di un intenso colore rosso, così diverse da quelle azzurre di prima.

«Co-cosa sta succedendo?» borbottò Lucio quasi strozzandosi con le parole.

«Niente di così strano» replicò Marika. «Ho solo tanta voglia di assaporarti» replicò mentre si leccava le unghie imbrattate di sangue.

A quelle parole il giovane fece un passo indietro, ma le mani del demone divennero delle vere e proprie tenaglie e gli imprigionarono le braccia, stringendole con una forza brutale. «Non puoi andartene proprio adesso… non sarebbe cortese da parte tua» gracchiò Marika. «Io ti ho invitato a passare la serata con me, ed è quello che farai» continuò. «È così facile attirarvi nella mia rete, circuirvi. Voi uomini siete così scontati, così banali. Vi basta vedere un bel corpo, sentire qualche lusinga che subito vi gettate a pesce, immaginando già di intrufolarvi tra le gambe della bella pollastrella che vi sta davanti. È su questo che faccio leva per procurarmi i miei succulenti pasti, sulla vostra voglia di sesso a tutti i costi, e non mi deludete mai, davvero mai» finì osservandolo divertita. Vedere la paura dipinta sul volto della sua vittima la eccitò enormemente.

«Lasciami!» gridò Lucio cercando di liberarsi.

La creatura scoppiò a ridere. Il suo volto mutò d’improvviso, trasformandosi in un orrendo ghigno. La bocca divenne enorme e colma di denti lunghi e affilati. La carnagione rosea e liscia divenne scura e rugosa, i lunghi capelli si ritrassero e al loro posto comparvero solo sparuti ciuffi di irti peli. Le braccia s’allungarono e s’ingrossarono, il busto eretto prese a curvarsi in avanti e le gambe s’inarcarono, mostrando i muscoli possenti che le reggevano.

Lucio gridò.

Ormai la dolce Marika aveva mostrato la sua vera faccia. Era una Lamia, un essere che si nutriva di sangue e carne umana, che circuiva i maschi con inviti sessuali per poi cibarsene. Il demone non avrebbe permesso alla giovane preda di sfuggirgli. Di solito si palesava molto dopo, preferiva prima consumare il rapporto carnale, ma stavolta le cose parevano essere andate in modo diverso. L’uomo aveva captato qualcosa prima del previsto e la troppa fame l’aveva costretta a rivelarsi. Ma il suo pasto lo avrebbe gustato lo stesso.

Con i lunghi artigli iniziò a lacerargli la pelle. Prima quella delle braccia, strappandola a pezzi e portandosela alla bocca. Si deliziò con l’odore del sangue e si beò del gusto meraviglioso che aveva quel bocconcino prelibato. Masticò con gusto infinito quella leccornia che tanto amava, infischiandosene delle urla di dolore del tizio che teneva saldamente inchiodato al muro con una mano. In quel posto isolato nessuno avrebbe mai sentito le sue grida e lei avrebbe potuto gustarsi in santa pace il suo cibo preferito. I lembi di pelle non le bastavano, erano solo un antipasto. Il piatto principale sarebbe stato il cuore, organo di cui andava davvero pazza. Guardò Lucio, aveva il volto rigato di lacrime e tremava, di sicuro dalla paura. Se l’era pure fatta sotto. Si sentiva dal puzzo e da quella rivoltante macchia umida che aveva tra le gambe. La sua lingua saettò nell’aria intrisa del terrore del giovane.

«Sei meravigliosamente buono… te l’avevo detto che ti avrei gustato in tutti i modi» gracchiò il demone con una specie di sorriso maligno che gli increspava le labbra tirate. Detto ciò tirò forte il braccio e lo staccò di netto dal tronco. Il giovane strabuzzò gli occhi mentre strillava, un attimo prima di svenire. L’orribile creatura lo lasciò andare e il corpo incosciente cadde pesantemente a terra. Una pozza di liquido rosso si sparse sul pavimento. Lei afferrò l’arto appena strappato con entrambe le mani e iniziò a divorarlo. Mezz’ora dopo aveva spolpato completamente il povero malcapitato, di lui restavano solo le ossa bianche sparse sul pavimento unto e appiccicoso.

«Fantastico… grasso e tenero al punto giusto. Però ho fatto un disastro, devo ripulire in fretta prima che torni mamma, altrimenti chi la sente? Me lo ripete sempre che non bisogna mangiare con le mani e che si mangia sulla tavola, e non per terra!» borbottò mentre si ripuliva la bocca con il dorso della mano, poi si succhiò le lunghe dita. «Se non ti lecchi le dita, godi solo a metà!» si disse mentre andava a recuperare gli stracci per ripulire il pavimento e il muro imbrattati di umori.

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