Intervista a Erika Corvo

15 gennaio 2014

W: Ciao Erika, grazie per il tempo che ci dedichi. Puoi dirmi chi sei? Tralascia pure la parte in cui dici che sei simpatica, bella e brava…lascia a me questo piacere. Tu occupati di fatti!

EC: Bella? Io?  Mai detto niente del genere. Da giovane, magari, passabile; toh, un bel tipino. Ma bella, non lo sono mai stata. Fortunatamente possiedo altri valori. Simpatica… mah. Non si può piacere a tutti. Inevitabilmente si piace a qualcuno e non si piace a qualcun altro. E quanto all’esser brava nello  scrivere, puoi anche essere bravissima, ma se il genere non piace, non piace. Vale anche per me. A me non piacciono i gialli e le storie d’amore sdolcinate; il che non toglie che ci siano bravissimi giallisti e scrittori romantici.

Io come persona, quindi? Non aspettatevi Miss Universo: sono un cesso. A vedermi non mi dareste due lire, ma so fare tante cose. Tutto quello che so fare l’ho imparato da sola. Ho imparato a leggere perché non avevo altro da fare, da piccola non mi facevano mai uscire. Leggevo di tutto con un’avidità spaventosa. Ma non i libri per i piccoli! Quelli dei grandi: Pirandello, Trilussa, Kipling, Salgari, Tomasi Di Lampedusa, gli Urania, il mio primo amore; i classici di fantascienza della Nord. Finiti quelli, leggevo anche i foglietti illustrativi dei medicinali e gli ingredienti del Cioccorì. In due lingue, perché in italiano, alla fine, erano sempre le solite due righe. Magari non capivo tutto, ero piccolina, ma sono cresciuta rovinandomi gli occhi sui libri prima ancora della terza elementare. E poi? Poi mi sono sposata incinta per andarmene di casa, sposata coi vestiti che avevo addosso e basta. Sposata con un disgraziato, geloso e violento, pur di andarmene, una vita di stenti e d’inferno. Soldi per i libri non ce n’erano, dovevo pensare al bimbo, e si faceva fatica perfino a fare la spesa. E quando il mondo dove vivi non ti piace più, ne inventi un altro; le favole che ti racconti la sera per addormentarti e non pensare che non hai mangiato. I libri che volevo, ho iniziato a scriverli da sola. La storia che avresti sempre voluto leggere e nessuno ha mai scritto.

Il tempo passa. Divorzio dal primo disgraziato e ne trovo uno peggiore. Io continuavo a scrivere. I figli sono diventati due. I lavori che ho fatto per sopravvivere sono diventati mille. Parrucchiera, cartomante telefonica, vendita porta a porta, baby sitter, dog sitter, stiratrice, cuoca a domicilio, lavori di bricolage domestico, autista privata, ricamatrice, stiratrice, ripetizioni ai ragazzi delle medie, badante, spesa a domicilio e tanti altri. Poi tornavo a casa e spaccavo la legna per la stufa, sbiancavo i muri, costruivo i mobili con sega, martello, cacciavite e black e decker; ho messo insieme un impianto elettrico, e durante tutto questo ho cresciuto i figli.

I romanzi scritti sono diventati nove. Mai fatti vedere a nessuno, perché gli editori, se sono scritti a mano non li vogliono.

Quattro anni fa ho trovato un posto come badante presso la suocera di un architetto. Un giorno questi mi dice che, per principio, non legge libri scritti da donne, in quanto li trova troppo melensi e sdolcinati. Gli porto uno dei miei lavori e gli dico: bene, leggi questo, l’ho scritto io. Nonostante fossero più di quattrocento pagine scritte a mano, l’ha letto d’un fiato. Poi mi ha regalato un vecchio computer che teneva in montagna e mi ha detto: copialo e presentalo a qualcuno. È veramente bello.

W: Come e quando hai iniziato a scrivere?

 EC: Mio padre si divertiva a scrivere poesiole, raccontini, filastrocche e cambiava i testi alle canzoni facendole diventare spiritose. Niente di speciale, ma amici e parenti si divertivano alle sue trovate. Io sono cresciuta sapendo che fosse possibile farlo; era una cosa normale, e credendo che tutti lo potessero e lo sapessero fare. Andavo ancora alle elementari quando ho iniziato a farlo anch’io. E lo facevo bene. Ci sono rimasta male quando ho capito che gli altri, invece, non ci riuscissero.

Scrivere, è sempre stata la mia passione. Ho iniziato col diario, quando ero proprio piccola. Alle medie avevo già messo insieme varie raccolte di poesie e iniziavo a cimentarmi nei racconti. Ingenui, stupidotti, semplici… ma imparavo cosa si dovesse scrivere, e come farlo sempre meglio. Sono sempre stata spietata con me stessa, non mi sono mai crogiolata pensando di essere brava, se quello che facevo non era perfetto.

Sono cresciuta sapendo che bastasse un po’di impegno per intrattenere e divertire. Giocare con le parole è sempre stato il mio passatempo preferito. Perché lo fai? Perché sai di poterlo fare. Non mi è mai passato per la testa che fosse qualcosa al disopra delle mie possibilità, e quindi lo facevo.

Dopo sposata, come dicevo, tempo di leggere o scrivere canzoni non ce n’era più. Ed ecco che torno alle parole, i miei balocchi preferiti; ma questa volta cimentandomi con i romanzi. I primi, solo sperimentali, giusto per vedere cosa ne venisse fuori; poi sempre meglio.

W: Il tuo primo romanzo è Fratelli dello spazio profondo e mi è piaciuto tanto.

Colgo l’occasione per ringraziarti pubblicamente per la fiducia riposta in un perfetto sconosciuto (io) nel farmi dono del tuo primo romanzo.

Il personaggio principale è un ragazzone tutto muscoli come quelli con cui delizi le amiche donne su Facebook ogni giovedì. Brian è il primo della classe, fisicamente dotato, bello e potente, ma anche violento, vendicativo e a volte persino cattivo. Come nasce un personaggio simile nella mente di una donzella (in apparenza) allegra come te?

EC: Non è che io sia allegra solo in apparenza, anzi! Possiedo uno spiccato sense of humor e riesco a ridere e a far ridere anche degli argomenti più scabrosi.

Quando me lo chiedono, non ho problemi ad ammettere che Brian sono io. Ma come del resto sono anche qualunque altro personaggio dei miei racconti. Quando apri il cervello per scrivere, le idee e i sentimenti fluiscono attraverso la biro e diventano personaggi, ma non può uscire niente che non fosse già dentro di te. Come fare una torta. Gli ingredienti sono già tutti in frigo. Tu li mescoli, li frulli, li impasti, e ci metti del tuo aggiungendo zucchero o pepe a seconda dei casi, inforni tutto, ed ecco una cosa che dopo il forno si chiama torta. Ogni personaggio era già dentro di me. Impastandoli tutti insieme, vengono fuori protagonisti e comprimari.

I miei eroi hanno una differenza sostanziale dai personaggi dei romanzi che ho letto o dei film che ho visto: come me, e come qualunque persona vera, hanno casini senza fine. Appena ne risolvono uno ne subentra un altro peggiore… Devono risolverli tutti, ma trovano sempre una via d’uscita. Uno psicologo, Charles Brenner, dice che per quanto si sforzi, uno scrittore possa soltanto raccontare se stesso. Credo sia vero. Scrivo per questo. Per tutte le volte in cui sono stata io a credere di non farcela. Per tutti i secoli in cui ho avuto soltanto Brian come amico. L’amico più prezioso, che ha saputo infondermi la certezza che ci sia sempre una via d’uscita. Che finché lui fosse riuscito a cavarsela anche nell’impossibile, ci sarei riuscita anch’io.

W: So di un tuo passato burrascoso in amore, ma non siamo qui per fare gossip. Non posso, però, non chiederti se non c’è un pizzico di Erika sia in Brian che in Juno. Forse sei la parte migliore di Brian, quella che viene fuori a fatica nell’ultima parte del romanzo. Che ne dici? 

EC: Esatto.  Ho sempre dovuto combattere con le unghie e con i denti anche per le piccole cose che per altri sono scontate. Solo negli ultimi anni ho potuto abbassare la guardia, anche se solo di poco. Anch’io, come Brian, sto venendo fuori a fatica. Ogni tanto devo tornare ad impugnare le armi, ma ho coltivato anche il mio lato “soft”.

W: Il personaggio di Stylo è un professore di Chimica. Ho letto un’ altra intervista in cui spiegavi che hai studiato per dare credibilità ai tuoi personaggi. Ci sei riuscita perfettamente…mi ero chiesto se non fossi proprio una prof… raccontaci un po’ questa cosa per favore.

EC: Grazie dell’apprezzamento! Come dicevo, ho dovuto studiare di nascosto. Chissà che avrei potuto combinare, se fossi stata libera di andare a scuola! Una volta, quando ero incinta, mi capitò di discutere con un medico a proposito dei farmaci che avrei dovuto assumere. Mi chiese: “ma lei studia medicina, vero?” “No”, gli risposi, “ho la terza media e faccio la parrucchiera”. Ne sapevo più di lui. A tutt’oggi, ogni tanto arriva qualche vicino a chiedermi consigli medici. Quando vado dal dottore, gli dico “Ho questo e voglio questa prescrizione”.  Ma il più delle volte me la cavo da sola preparando da sola farmaci di erboristeria.  Ho sempre avuto fame di sapere. Una fame tremenda. MI faccio prestar i libri di testo dagli amici dei miei figli, dalla biblioteca, dagli amici… Ultimamente mi hanno regalato tre tomi di medicina, patologia forense, più la tesi di laurea del patologo mio amico. Questi sono regali, altro che gli orecchini e il profumo! Non dico che li abbia imparati a memoria, ma diciamo che li conosco molto bene, ora.

Come è vero che io sono Brian, è altrettanto vero che io sia anche Stylo. Una volta, mia figlia stava parlando al telefono con un’amica, e questa le chiese: “cosa sta facendo, tua mamma?” “Sta controllando come si innesca un ordigno con due pile e del filo elettrico”. Credo che l’amica stia ridendo ancora adesso.  Se volete farmi felice, regalatemi del C4. Come diceva il mio capo: “la minestra deve venire buona con gli ingredienti che hai.” Sfrutto tutte le mie conoscenze per risolvere i problemi della vita reale e, di conseguenza, qualcuno mi chiama Mac Gyver.

W: Visto l’approccio molto serio alla scrittura mi chiedo se sei una scrittrice più istintiva o pianificatrice?

EC: Diciamo entrambe le cose: all’inizio stendo una trama ben precisa. Poi arrivano i personaggi, e cambiano le carte in tavola facendomi scrivere quello che vogliono loro. La storia si evolve da sola, quindi. Poi rivedo il tutto con la critica più spietata possibile e cerco di correggere sviste, incongruenze e anacronismi. Se posso contare su persone di una certa cultura, prima di pubblicare faccio loro rileggere il testo chiedendogli di essere assolutamente spietati e dirmi tutti i difetti che riescano a trovare. Ma raramente lo fanno davvero. Quelli veramente sinceri li conto ancora sulle dita della mano destra di Muzio Scevola…

Se ci fosse qualcuno disposto a farlo davvero, non ha che da dirmelo e avrà la mia eterna riconoscenza.

W: Hai più volte sottolineato che la tua storia personale ti ha condizionata anche nello scrivere. Una frase che ricorre nelle tue interviste è “e quando il mondo in cui vivi non ti piace più ne inventi un altro…” – Spero che la situazione sia cambiata in meglio e che la tua vita abbia preso una piega più in positivo nonostante le difficoltà. Con il tempo, pensi che potresti muoverti su sentieri letterati non ancora battuti al di fuori dell’ambito fantastico? 

EC: Già fatto. “Soprattutto, per tornare al trittico che l’autrice ci invia, colpiscono la fantasia e l’originalità con cui tematiche sin troppo sfruttate riprendono vita in forme finora inedite. Insomma questi tre romanzi, e “Tutti i Doni del Buio” in particolare, colpiscono in positivo il lettore e danno testimonianza di una scrittura ricca di riferimenti ma capace di tracciare un solco nuovo nel canone della letteratura di genere”.  Rita Raimondo, redazione di Talento Letterario.

Riguardo alla mia vita, devo dire che è tuttora un susseguirsi di alti e bassi, ma spero di avere abbastanza serenità per affrontare ogni problema.

W: Hai un autore preferito o che ti piace più di altri?

EC: Eh, bella domanda! Ho letto migliaia di libri di qualunque genere, e non esagero. Fino a sedici, diciassette anni, sono uscita di casa solo per andare a scuola, e tutto il mio tempo l’ho passato a consumarmi gli occhi sui libri che mio padre aveva in casa; fortunatamente una biblioteca ben fornita! Ma da dopo sposata, chi ha mai più avuto i soldi per comprare un libro? Io leggo quelli che gli altri lasciano in un apposito scaffale davanti alla biblioteca comunale, dove si mettono i libri di cui uno si voglia disfare, in modo che qualcun altro possa leggerli invece di buttarli nel cassonetto bianco. Attualmente ne ho in casa solo un migliaio: di più non ce ne stanno. E ogni volta che sbianco i muri devo per forza disfarmi di qualche centinaio di volumi che continuo a portare a casa e accumulo nei mesi . Come faccio a citare un autore in particolare? Impossibile! A quali resto più legata, almeno? A tutti quelli scritti da Robert Heinlen, Robert Sheckley, Ursula Le Guin, e poi Marion Zimmer Bradley, l’infinita serie degli Urania, la collana Cosmo dell’Editrice Nord, l’esilarante e splendida trilogia del Piccolo Popolo dei Grandi Magazzini, di Terry Pratchett. A tutto quello che hanno scritto Piero Angela, Giovanni Guareschi, Luciano De Crescenzo, Conrad Lorenz,  Kipling, Victor Hugo, Bear Grylls, Valerio Massimo Manfredi, Anthony De Mello, Zacharia Sitchin, Graham Hankhock, Pirandello, Allan e Barbara Pease… E ancora tomi di psicologia, patologia forense, medicina, grafologia, psicologia evolutiva, etologia comparata, astronomia… e come faccio a citare tutti? Solo gli Urania e i Cosmo erano centinaia! Ma anche se la fantascienza è stata il mio grande amore, ho sempre letto qualsiasi, e dico qualsiasi cosa avessi tra le mani. Anche la Bibbia. Quando arrivano i Testimoni di Geova scateno furiose polemiche perché la conosco meglio di loro! Adesso mi stanno alla larga, non trovano argomenti per ribattere!

W: E un romanzo?

EC: Te ne cito quattro che mi hanno colpito in particolare: “Niente di Nuovo sul Fronte Occidentale” di Erich Maria Remarque, “La Torcia” di Marion Zimmer Bradley, “Julie dei lupi” di Jean Craighead George, e “Il Cavaliere d’Inverno” di Paullina Simmons. Li rileggerei settemila volte, fino a consumarne le pagine.

Ma non posso non citare “Fiori per Algernon” di Daniel Keyes, “La Sentinella” di Frederick Brown,   “Il Problema della Servitù” di William Tenn  e “Straniero in terra Straniera” di Robert Heinlein. Questi ultimi quattro li lessi da bambina, e devo dire che hanno lascito il segno.

W: Mi hai fatto dono di alcuni video su youtube in cui canti canzoni scritte da ragazzina. Ci racconti di questo altro aspetto artistico di te?

EC: A diciassette anni, coi primi soldini guadagnati, mi sono comprata una chitarra, ho imparato a suonare (di nascosto) e ho iniziato a scrivere canzoni. Quando ho visto un bando di concorso per voci nuove, non ci ho pensato un minuto: “Vado e mi scritturano”.

Non era presunzione, non lo è mai stata. Era certezza. Non saprei come altro definirla.

Più di duemila partecipanti. Solo in due avrebbero inciso un disco (allora c’erano gli ellepì in vinile) gratuitamente. Indovinate chi fossero i due vincitori? Un certo Enzo Ghinazzi, che poi sarebbe passato alle cronache sotto lo pseudonimo di “Pupo”, ed io.

Ho inciso “Il Mondo alla Rovescia”, ma non è stata fatta pubblicità, perché avevano su di me altre mire. La legge del marketing è legge ferrea. In quel momento, di cantautori ce n’erano anche troppi. Mancava sul mercato, invece,  una cantante per bambini (Cristina D’Avena non esisteva ancora) e io gli sembravo il personaggio giusto: adolescente, fresca, acqua e sapone, e una sconcertante inclinazione per le filastrocche (ancora adesso posso inventare su due piedi una canzoncina in cinque minuti). Ma a me, questo,  non interessava. Ho scritto tantissime canzoni per bambini… ma tanti anni dopo, per i miei figli. Mi sono divertita moltissimo in sala d’incisione, mi hanno regalato una meravigliosa chitarra che ho tuttora e conservo come una preziosissima reliquia, ma non ho voluto dar seguito alla faccenda: l’ho vissuta solo come un bel gioco. Scrivevo cose di tutt’altro genere, tant’è che stavano pensando di presentarmi al pubblico come “De André donna”.

Ho voltato pagina e ho iniziato a scrivere raccontini e poesie. Solo dopo sposata è esplosa la passione per i romanzi e i racconti lunghi. Giusto poche settimane fa ho pensato di far convertire questo LP in formato MP3, montare dei video con i vari pezzi registrati e farli girare su You Tube… Detto fatto, mi sono fatta spiegare come si usasse Windows Media Player, ed ecco i primi due pezzi  in rete.  Un sacco di visualizzazioni e di complimenti, devo dire che non mi aspettavo un successo del genere!

A tutt’oggi ho postato già quattro video con le canzoni che avevo inciso da ragazzina. Se le volete ascoltare, le trovate su You tube. I titoli sono: “Il fondo della vita”, “Un  paese chiamato Malinconia”, “Il traditore”, e “Bei tempi, vecchi tempi”, incise all’epoca con l’impagabile aiuto dei fratelli La Bionda. Altri video li metterò insieme non appena troverò un po’ di tempo, con le altre sei canzoni incise.

W: Grazie per il tempo che ci hai dedicato e auguri per la tua vita. In bocca al lupo anche per i tuoi romanzi e per qualsiasi sogno tu abbia nascosto in un cassetto. Saluta i tuoi fans, please!!!

 EC: Grazie a te che una volta tanto mi hai posto domande diverse dal solito! Grazie a voi per avermi dedicato qualche minuto della vostra vita leggendo questa intervista, e per il tempo che mi vorrete dedicare leggendo i miei romanzi. Vi ricordo che garantisco io personalmente sul gradimento di questi: se li comprate, li leggete e non vi piacciono, me li spedite e ve li rimborso, spedizione compresa.

Salute e saluti!

La vostra Erika Corvo

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