Novecento di Alessandro Baricco

9 gennaio 2014

Novecento nasce dalla penna di Alessandro Baricco, scrittore italiano nato nel 1958. Di Baricco, dai titoli che ho avuto la fortuna di leggere, non posso dire che sia un romanziere. Individuare un filone al quale egli si rifà è davvero difficile. A me piace immaginarlo come un cantastorie. E, in accordo con la tradizione poetica, questa caratteristica da alle sue opere quel tocco magico di chi ti sa raccontare la vita per davvero.

Novecento non fa eccezione. Questo monologo, scritto quasi sotto forma di libretto teatrale – Baricco lascia un’introduzione, all’inizio del libro, in cui spiega di averlo scritto affinché un attore ed un regista lo mettessero in scena, ma ciononostante non si è attenuto alla stesura di un copione vero e proprio, bensì un ibrido, un qualcosa a metà tra un canovaccio e una storia – racconta l’inimitabile vita di Danny Boodmann T.D. Lemon Novecento, il più grande pianista che abbia mai suonato sull’Oceano.
Sì, perché la sua è una storia strana: lui c’è nato, sull’Oceano, abbandonato lì, sul pianoforte della sala da ballo della Prima Classe del Virginian, chissà da quale famiglia di poveracci, che speravano di regalargli una bella vita, felice, tra gli agi che gli avrebbe garantito chi lo avrebbe potuto trovare in quella sala. Ma non andò come speravano.
No, andò molto, molto meglio.
Novecento venne su cresciuto dall’equipaggio di quell’enorme piroscafo, il Virginian, appunto, che faceva la spola tra Europa E America, cinque sei volte l’anno. Il suo padre adottivo, Danny Boodmann, era un marinaio, uno di quelli che vive tra i fumi ed il carbone della sala macchine. Si era affezionato, il vecchio Danny, a quel bambino, e aveva paura che glielo potessero portare via.
Così, per i primi otto anni della sua vita, a Novecento non fu permesso di mettere piede a terra. Non che quella cosa gli pesasse, sia chiaro, a lui andava bene così.
Quando, ad otto anni, dicevo, Danny Boodmann senior morì, Novecento sparì dalla circolazione; il capitano, buonuomo, ma che da troppo tempo aveva quella divisa addosso, era deciso a consegnarlo alle autorità.
Ricomparve pochi giorni dopo, quando il Virginian era già ripartito, direzione Rio de Janeiro, una notte, in quella stessa sala da ballo dove tutto era cominciato, seduto a penzoli sul seggiolino del pianoforte. E, inspiegabilmente, suonava.
E’ qui che ha inizio la storia più incredibile che sia mai stata raccontata. La storia di un uomo che, più di tutti, riesce a capire che la vita è davvero una cosa immensa, che noi, da soli non possiamo capirla.
La vita, per Novecento, può essere riassunta tramite la sua musica.
Ah, non provate a chiedere a chicchessia cosa suonasse, quel ragazzo, li su. Era la sua musica, erano le sue note. Lui sapeva con esattezza cosa avrebbe tirato fuori da quegli ottantotto  tasti, e chiunque l’abbia ascoltato potrà dirvi con la stessa precisione che solo lui poteva tirar fuori da una tastiera quella musica.
La musica, la sua unica certezza.
Era grazie a Lei che Novecento viaggiava e conosceva il mondo. Nella sua testa lui, attraverso la musica, riusciva a figurarsi ogni cosa, ogni minimo dettaglio di quello che le persone si portavano dentro,  di quello che poteva leggere loro negli occhi: il mondo.
Il mondo.
L’unico pianoforte che Novecento non sarà mai in grado di suonare.
Lui, dal ponticello del Virginian non riuscirà mai a scendere. Non può concepire che ci sia qualcosa che sia così maledettamente immenso.
Come potrebbe mai suonare, perfino lui, il più grande di tutti, una tastiera infinita?
Come potrebbe sopportare, lui che è vissuto 2000 persone alla volta, di essere travolto dalla forza di tutti quei sentimenti, di tutte quelle emozioni?
Se non ci sei dentro, se non stai già ballando, non potrai mai accettarlo.

Ho scelto di recensire questo libro perché fa parte della mia vita. Leggerlo mi ha sempre ispirato profondamente e guidato in scelte importanti.
La storia si conclude con l’espressione della genialità di chi, conscio di non poter osare oltre, decide di incantare, istante per istante, la propria vita.
Ma questa, per me, non è solo la storia di Novecento. Io, personalmente, la leggo come la storia di chi decide di aprirsi al mondo, di aprire la propria vita a ciò che il mondo è pronto a darti, se tu sei pronto a riceverlo.
Novecento, povero diavolo, lui non poteva sapere quant’è bello l’imprevedibile.
Ma noi che siamo qui, dall’altra parte, non creiamoci limiti. Decidiamo di vivere.
La strada si crea un istante alla volta.

Diego Laudato

Nessun commento

I commenti sono chiusi.