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Pubblicato il 30/05/2010
Erede del Paladino

Warlandia ha il piacere di presentare il seguito della storia di Naemor: Lerede del Paladino. DOpo la pubblicazione del Paladino infatti il nostro giovane scrittore ha deciso di cimentarsi anche in un seguito che sin dalle prime battute fa ben sperare. Buona lettura a tutti coloro che vorranno leggere le imprese dei nuovi eroi della storia.
***
Una nuova era
Il mare. Splendido e calmo. Splendidamente calmo. Soave il rumore delle onde che si infrangono tranquillamente sulla spiaggia e il sole, mai così brillante, scaglia tutto il suo calore con potenza sull'acqua e sulla sabbia. Granelli di finissima sabbia bianca che risalendo verso le colline verdeggianti diventano pura e semplice erba verde. Sembra composta da tanti piccoli fili lievemente mossi da un leggero vento che si piegano rimanendo però saldi nelle loro radici. Poco lontano la foresta, grande e rigogliosa, un tempo marcia fin dentro le radici. Allora i tronchi erano fradici, privi della loro linfa vitale. Corrotti da una magia nera e antica, purificati da una magia altrettanto antica ma splendente e naturale. Quel paradiso terrestre sembrava così perfetto, così immacolato. Chiunque, arrivando lì per la prima volta, si sarebbe subito reso conto che quello era il posto perfetto. Quello giusto per sedersi, abbandonarsi allo scorrere del tempo e al flusso dei propri pensieri, perdendosi in quel mare e in quella sabbia spettacolare. Nessuno invece riuscirebbe a credere che proprio lì, su quelle sabbie, era calata la morte in persona, tanti anni prima. Una figura oscura e spettrale, in un luogo così divino. E infatti proprio lì, anni e anni prima, il grande Signore Oscuro di Northrend era sbarcato per reclamare il possesso delle terre degli umani, causando distruzione e rovina ovunque passasse, sulle costruzioni, sulla natura, sulle persone. Da quel posto era partito tutto. E ora ricominciava.
Quel tratto di costa era ormai incontrollato da tempo. Il pericolo, si pensava, non poteva venire dal nord, non più oramai. Tutti conoscevano la storia di Re Naemor che coraggiosamente aveva sconfitto il Re Lich, in un duello che sapeva tanto di leggenda. Eppure c'era riuscito.
Due viandanti stavano correndo proprio in quella zona. Sembravano in ansia. In realtà erano due esploratori della città vicina di Andarath, e conoscevano molto bene il luogo avendolo setacciato e controllato per anni, allentando il morso soltanto da qualche tempo. Erano entrambi incappucciati nei loro mantelli, con le spade del fodero, e con un arco a portata di mano per ogni evenienza.
"Qui non c'è." disse uno dei due, alterato nella voce. "Quella bestia sarà già al sicuro nel suo nascondiglio…"
"No, è qui da qualche parte, ne sono certo. E' il terzo raccolto che devasta nel giro di un mese…"
Quella mattina però rimasero allibiti di fronte allo scenario che trovarono. Mentre ancora parlavano, uscirono dalla foresta, e con la vista che spaziava sul mare non ebbero tempo di fermarsi e di godere di quel paesaggio. Poterono invece constatare coi loro occhi che grandi navi con vele nere solcavano le onde. Ed erano anche molto vicino alla costa.
"Ma che cosa…"
Uno dei due corse subito sulla riva, avvicinandosi all'acqua. L'altro rimase distante. Sembrava un'allucinazione.
"Non capisco! Sembrano pirati!"
"Saranno almeno cento vascelli! Riesci a vedere chi c'è a bordo?" domandò quello lontano.
"Ne vedo pochi, ma…non hanno aspetto umano…"
"Che vuoi dire?"
"Non saprei…" Spostò lo sguardo su un'altra imbarcazione, quando improvvisamente la sua visuale si fermò sulla visione di un arciere che tendeva un arco proprio nella sua direzione. Fu l'ultima cosa che vide.
Il suo compagno sobbalzò quando vide il corpo del suo amico accasciarsi. Non aveva visto la freccia:
"Ehi! Che ti succede?". Abbandonando ogni prudenza si avvicinò al corpo: lo rivoltò nella sabbia e vide la freccia nel cuore e il sangue che fuoriusciva copioso dalla ferita.
"Ma chi diamine…"
Non lo avrebbe mai saputo.
Quello stesso sole che splendeva sul mare azzurro, quella stessa luce rassicurante inondava per mezzo dei suoi raggi la foresta verdeggiante. In mezzo alla radura, dove un tempo c'era solo ombra, morte e devastazione, si ergeva adesso una piccola cittadella chiamata Andarath. Era in piedi da circa venti anni, ed era stata progettata inizialmente per resistere agli assedi, sebbene fosse rivolta verso sud, e non verso nord. Infatti oltre la robusta barriera di alberi, a separarla dal mare c'era anche una non molto elevata ma efficiente catena di colline che non permetteva alcun passaggio diretto dal mare alla foresta, almeno per il tratto di litorale che copriva. Un tempo quelle erano le piane di Agamand. La città non era per di sé molto estesa, e non vi abitavano molte persone. I granai erano sempre strapieni, a tal punto che col passare del tempo Andarath da città-fortezza si era trasformata in un punto nevralgico del commercio di tutta la nazione. Sulle alte mura esterne non c'era più l'intenso movimento delle sentinelle: poche scrutavano sonnecchianti il paesaggio, e i tre cancelli erano sempre aperti ai viandanti. La città infatti, oltre alla cerchia esterna, possedeva altre due fila di mura interne, disposte più in alto rispetto alla prima, sempre nella previsione di un possibile assedio. Non attaccando nessuno, poiché non c'era nessuna minaccia, anche la milizia cittadina si era ridotta. La pecca di quella fortezza era che doveva mandare necessariamente in avanscoperta degli esploratori per poter essere avvisata del pericolo, poiché la vista, anche dalla torre più alta, non riusciva a scorgere il mare a nord. Vent'anni prima poteva, ma gli arbusti della foresta erano cresciuti così a dismisura che ormai oscuravano la visuale.
Fu così che improvvisamente un immenso esercito di quelli che sembravano essere proprio dei non-morti attaccò Andarath. Ombre del passato che tutti consideravano ormai un brutto ricordo. Eppure, le sentinelle che videro proprio dei Cavalieri della Morte in prima fila, con tanto di lance in mano e che cavalcavano cavalli scheletrici velocissimi, dovettero lottare con il loro sbalordimento che li aveva paralizzati prima di dare l'allarme e dare inizio alla difesa. Nonostante sapessero del loro arrivo, avevano sempre cercato di pensare che era tutta una bugia. Almeno, erano riusciti a pianificare la difesa in modo impeccabile, poiché il caso volle che proprio il Principe del Regno si trovava in quel momento lì.
"Reali o fantastici che siano, prendetela come una esercitazione." Egli disse.
Soltanto una parte del piano stava andando storta, e cioè che le truppe richieste come rinforzo non erano ancora arrivate dalla capitale. Mentre all'interno le milizie si preparavano, le sentinelle calcolarono che l'esercito nemico era composto da appena cento unità, e lo mandarono a dire al capitano. Ma quei cavalli avevano qualcosa che i cavalli normali non avevano: una velocità maggiore.
I nemici improvvisamente si fermarono in formazione compatta. Erano abbastanza lontani dalle mura cittadine, e agli uomini appostati sugli spalti sembrò che loro stessero valutando attentamente la situazione. I cancelli della cittadella erano infatti spalancati, e non sembrava esserci anima viva dentro, anche perché i soldati appostati sulle mura erano ben nascosti. Il principe Elwer stesso, salì sugli spalti per rendersi conto se la trappola poteva funzionare o meno. In ogni caso, si disse, lui e i suoi uomini avrebbero sconfitto i nemici: se quegli esseri avessero aspettato, sarebbero sicuramente arrivati i rinforzi che aspettavano, e a quel punto li avrebbero trucidati. Se avessero attaccato, sarebbero morti ancora più velocemente. Il dubbio che c'erano altri nemici nascosti si insinuò solo in quel momento nella testa del principe.
Il loro arrivo era stato largamente preannunciato dalla notizia della misteriosa flotta colata a picco al largo di Northrend, sopraggiunta insieme alla notizia della caduta rovinosa di tutte le cittadelle che gli umani avevano costruito nel continente gelido, tentando di controllare gli ultimi non-morti rimasti vivi. Invano.
Il regno umano era rimasto sconvolto perché tutto questo era giunto alle orecchie del Re e dei cittadini soltanto da due giorni, sebbene l'intero continente fosse caduto in un lasso di tempo più longevo. Soltanto da due giorni l'umanità si era resa conto che i non-morti si erano riorganizzati e stavano tornando ad assalire gli umani. Soltanto da due giorni il Re sapeva di aver fallito nel tentativo di sottomettere Northrend, cosa che non gli era mai riuscita, vuoi per il gelo, vuoi per il finto senso di sicurezza che ormai lui e i suoi conoscevano fin troppo bene. Il desiderio di vendetta espresso dal Re dei Lich in punto di morte, sembrava stesse per realizzarsi. L'umanità era di nuovo sull'orlo del baratro, e non aveva avuto nessun preavviso per organizzarsi, se non quarantotto ore. Quei cento soldati, immaginava Elwer, non erano niente dell'immenso esercito che avevano portato da Northrend. Comunque non davano l'impressione di voler attaccare. Il principe arrivò a chiedersi se anche loro, quindi, non stessero aspettando rinforzi. Tuttavia, mentre stava per scendere credendo ormai che la battaglia sarebbe stata rimandata, vide un cavaliere arrivare da est, in direzione della capitale. Capì subito chi era: l'Arcimaga Suprema in persona. Il principe sgranò gli occhi: vide che, oltre ad essere sola, aveva frenato a poca distanza dall'esercito nemico, e ora faceva dietrofront, resasi conto che la strada per la cittadella era occupata.
"Cosa diamine sta combinando? Dov'è l'esercito reale?!" si domandò il principe. Il capitano Turungil, che si occupava della gestione dell'esercito della fortezza, era intanto salito al suo fianco e aveva assistito alla scena. Adesso, dopo pochi passi fatti facendo dietrofront, l'Arcimaga stava cavalcando in obliquo verso i portoni spalancati, con l'esercito nemico che ripiegava tutto su un lato per travolgerla. Ci sarebbero riusciti, ormai era una questione di tempo prima che si trovassero a impattare coi cavalli. Il capitano Turungil notò la paura degli occhi del principe: non osò destarlo, ma la situazione stava precipitando, e il suo superiore non riusciva neanche a parlare tanto era impaurito. Ma ora, dovette ammetterlo, era tardi per fare qualcosa: era tutto successo in breve tempo. Tutti gli uomini sugli spalti assistettero senza fiatare al momento in cui i Cavalieri circondarono rapidamente la cavallerizza, fornendole nessuna via di fuga. Era stata catturata. E non poteva opporsi in alcun modo.
"Non l'hanno uccisa…" sussurrò il principe, più sorpreso che sollevato.
"Dovremmo rallegrarci…"
"Si…c'è qualcuno che ha del senno in quella massa di carne e ossa, perché sa chi è."
Il capitano disse che se c'era un buon momento per attaccare con una sortita, era quello. Tutti i cavalieri nemici erano concentrati sulla prigioniera. Il principe disse che erano in netta inferiorità numerica, e che avrebbero attaccato quando sarebbe arrivata la cavalleria del Re, o forse sarebbero giunti i Paladini stessi a salvarli. I suoi piani fallirono miseramente un secondo dopo aver finito di dire quella frase. Da ovest stava sopraggiungendo non un esercito, non un contingente, ma quasi tutto il popolo dei non-morti, con tanto di vessilli, carri e catapulte. Il principe Elwer non ci pensò due volte, ordinò di sbarrare il cancello, e ordinò che tutti gli arcieri, anche quelli che riposavano, si armassero e si nascondessero sulle mura. Era nello sconforto totale: nel giro di poco tempo l'intera valle si riempì di piccoli punti neri; il verde dell'erba, non lo si intravedeva più.
"Sono almeno…se ne intravedono almeno duemila…" disse il capitano Turungil.
"Com'è possibile?" disse il principe in un sussurro. Perse un pò di tempo a riflettere sulla questione: non sapeva se erano tutti, innanzitutto, né avrebbe potuto indovinare quando avessero attaccato. Da lassù non riusciva a distinguere niente: né che tipo di combattenti fossero, né il loro equipaggiamento.
"Supponiamo che sono tutti soldati, e che ce ne sono altri in giro sulla spiaggia poco distante." Disse a voce alta. "Quattromila e qualcosa in tutto, non oltre credo. Tutto il nostro regno può contare come minimo di quarantamila soldati, ma attualmente sono sparsi ovunque quindi il loro esercito comparato a quello del Re è nulla. Ma…non si può dire lo stesso del nostro…siamo spacciati."
Il capitano ammirò il suo principe: dopo la paura e l'insicurezza iniziale, sembrava avesse riacquistato la freddezza militare che molte volte aveva visto in lui, nonostante fosse così giovane. Neanche lui aveva capito che quel ragionamento non aveva tanta utilità in se e per se, se non per cercare l'angolino nei loro animi dove la speranza, impaurita, si era rifugiata.
"Se anche arrivassero i rinforzi, potrebbero essere anche minori in numero rispetto a loro." Abbozzò. Il figlio del Re gli diede ragione. Intanto aveva perso di vista l'Arcimaga Suprema, scomparsa tra tutti quei punti neri.
"Cosa dovremmo fare?" chiese Turungil.
"Sto riflettendo, mio capitano…sto riflettendo…"
In realtà non lo sapeva nemmeno lui. Tutta la sua vita era stata preparata per questo genere di situazioni, e ora che era nella sua prima vera missione di guerra, capitata casualmente peraltro, si sentiva molto insicuro e impaurito. Si disse, dopo qualche minuto di riflessione, che ora come ora dovevano negoziare. Stava arrivando infatti un drappello di almeno tre soldati nemici a cavallo, con una bandiera bianca, verso il portone. Elwer si alzò di scatto e scese ad accoglierli sul suo destriero dopo aver fatto spalancare il cancello. Con lui il capitano, e l'alfiere di questi. Quando i due terzetti arrivarono a contatto, i tre umani non potevano credere che dovevano negoziare con altri due umani, e un altro non-morto dalla pelle violacea con alcune ossa che gli sporgevano dal corpo. Quest'ultimo era vestito di soffici abiti, ma gli altri due erano armati.
"Voi siete…umani?" fu la prima cosa che disse il principe Elwer. In effetti non sembravano tanto simili a lui: erano dalla carnagione violacea, e i loro occhi non esprimevano nient'altro che sete di vendetta. Erano vuoti, bianchi, e le pupille si muovevano poche volte.
"Si." Rispose il non-morto. "Sono esseri umani che voi avete mandato a Northrend. Sono stati resuscitati e ora servono la nostra causa. Sono molto contento che tra queste mura che presto cadranno ci sia anche lei, principe."
Elwer era rimasto sorpreso sia da quella raggelante notizia, sia dal fatto che lo conoscessero. Non seppe che rispondere, traumatizzato dai suoi stessi pensieri.
"Non sappiamo quanti siete rintanati lì dentro." Continuò l'emissario. "Ma non penso siate più di noi. Il nostro signore vi concede la resa senza combattere."
"Dì pure che vuole vincere senza che nessuno dei suoi uomini cada. Quali sono le condizioni?"
"Evacuazione immediata della città: tutti sarete giustiziati qui in questa valle. In cambio, principe, le doniamo la vita sua e quella di Dama Prinewind."
"Noi potremmo sopravvivere?"
A quella domanda il capitano Turungil sbiancò in viso, fissando esterrefatto il suo principe. Non poteva cedere, non lui.
"Si, voi sarete liberi." Confermò l'emissario.
"Va a quel paese. E' come ho detto io, volete ucciderci senza che nessuno dei vostri muoia."
"Morirete comunque. Così come la tua amata Prinewind, che sta già soffrendo sotto tortura." Detto ciò, voltò il cavallo insieme ai suoi scagnozzi e tornò da dove era venuto. Qualche minuto più tardi Elwer dall'alto delle mura vide un gruppetto di cavalieri allontanarsi in direzione ovest. Trasportavano una gabbia, e per lui fu facile intuire chi vi fosse rinchiusa. Gli venne uno sconforto tremendo: quella persona sarebbe stata torturata fino allo sfinimento. Stava per morire, ne era certo.
Mario-Naemor-Altrui
Mario-Naemor-Altrui
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paladino, Erede
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